varie, 11 novembre 2002
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ISELLA Dante Varese 22 novembre 1922, Varese 3 dicembre 2007. Filologo • «Ha un merito non piccolo: quello di aver ridisegnato in maniera radicale la carta di una zona importantissima della letteratura italiana, quella che si estende (per usare solo i nomi più noti) tra Parini e Gadda e dunque passando per Carlo Porta, Manzoni, Carlo Dossi, Delio Tessa
ISELLA Dante Varese 22 novembre 1922, Varese 3 dicembre 2007. Filologo • «Ha un merito non piccolo: quello di aver ridisegnato in maniera radicale la carta di una zona importantissima della letteratura italiana, quella che si estende (per usare solo i nomi più noti) tra Parini e Gadda e dunque passando per Carlo Porta, Manzoni, Carlo Dossi, Delio Tessa... ”Su Dossi mi sono laureato, a Firenze, con Momigliano e Migliorini subito dopo la fine della guerra. Ma avevo fatto il mio vero apprendistato con Gianfranco Contini, a Friburgo. Ero uno studente di lettere classiche, ma lui mi attirò nel campo della filologia moderna. Curai le dispense del corso che allora stava facendo, sui dialetti dell’antico francese. Dopo le lezioni rientravo nel campo universitario e lavoravo per giorni sugli appunti, cercando e verificando le citazioni. Fu lui a mandarmi a Firenze per la laurea […] Non mi sentii veramente laureato fino a che non andai a casa di Contini, a Domodossola appunto, con il mio lavoro”. La lingua e lo stile di Carlo Dossi uscì poi nel 1958 da Ricciardi in una severa collana intitolata ”Documenti di filologia”. Intanto aveva allestito l’edizione critica delle Note azzurre, che è in qualche modo lo Zibaldone del Dossi , una raccolta di pensieri, annotazioni, dispetti, curiosità che non si finisce mai di leggere e rileggere con grande piacere. […] ”Ci furono dei problemi di natura legale. L’edizione era patrocinata da Raffaele Mattioli e dall’erede di Carlo, don Franco Dossi (il don, badi, è titolo nobiliare). Si temette che gli eredi del poeta e scrittore Fausto Maria Martini potessero ritenere diffamato il proprio avo. Gli avvocati avevano fatto notare che il reato di diffamazione non si estingue mai , per cui se un discendente di un dannato dantesco lo volesse potrebbe far causa ad un erede di Dante. Se ne discusse e poi Mattioli pose fine alla questione invitando l’erede Dossi a dividere con lui le spese fin lì sostenute. Rimasero in giro una novantina di copie con la dicitura ”bozze” esplicitamente affidate alla responsabilità delle persone cui erano destinate […] Poi ci fu, nel 1964 l’edizione Adelphi. Intanto la fama del Dossi cresceva. Quando cominciai ad occuparmene non c’erano più di sei o sette titoli nella sua bibliografia, oggi sono moltissimi. Se i francesi avessero avuto uno scrittore così sarebbe una superstar” […] Un giorno, siamo a metà degli anni Cinquanta, sua madre gli disse ”Dante vieni, parlano di te alla radio”. Era Gadda che leggeva Porta e recensiva per ben quaranta minuti la sua edizione critica. ” vero, andò proprio così. Da qualche parte devo avere anche il testo di quell’intervento che mi ha procurato Giulio Ungarelli che ha studiato Gadda e la radio […] Gadda era impacciato e cerimonioso persino con me, che ero uno studente. Andammo a mangiare in una trattoria vicino al Cimitero degli Inglesi. Una povera mescita ”tutta tapezzata di culi” aveva detto Gadda riferendosi ai fiaschi esposti nel locale. Mentre stavamo per mangiare una minestra entrò un curioso personaggio che si mise a discorrere con Gadda: quel marchese di Villanova che è ben descritto da Bilenchi nel suo libro Amici. Uomo magniloquente e bizzarro che mescolava due o tre lingue e che indossava un abito blu con le ghette grigie. Aveva dei lineamenti forti alla von Stroheim, e delle macchie sul viso, come delle ustioni. Gadda, con la sua consueta gentilezza, gli chiese quanti erano i Grandi di Spagna. Restammo col cucchiaio per aria mentre lui enumerava una lista senza fine. Quando se ne andò finalmente mangiammo. Si mangiava poco allora. La sera riaccompagnandolo verso casa, Gadda ci confessò di avere per cena un etto di affettato. Pensi un simile omone, di forte appetito... […] Gadda era noto ai lettori solo per alcuni titoli, i più famosi, quelli che era riuscito a pubblicare, ma c’era molto da restaurare e da scoprire. Qualcosa si è anche perso: non si sa dove sia finito il manoscritto del Pasticciaccio […] Con Montale è stata un’amicizia molto intensa, come del resto quella con Vittorio Sereni. Di Montale avevo commentato i Mottetti che ebbero poi diverse edizioni. Adesso mi piacerebbe portare a termine il commento a Finisterre” [….] Il più grande esegeta della letteratura lombarda e milanese in particolare non ha mai avuto una cattedra all’Università di Milano. Non è un paradosso? ”Ho avuto una carriera un po’ anomala. Intanto dopo la laurea e per quattordici anni ho dovuto occuparmi dell’azienda di mio padre che aveva una ditta di trasporti... […] Dopo la guerra l’azienda era a terra. Comunque per quattordici anni ho dovuto lavorare duramente. Mi chiamavano ragioniere, se avevo a che fare con le bollette, o ingegnere se si trattava di macchinari... Intanto continuavo il mio lavoro di filologo, finché riuscii a venirne fuori. Feci la libera docenza e partii per Catania. Pensavo di doverci restare molto e invece dopo un anno si liberò un posto a Parma e poi a Pavia. Il periodo di Pavia fu molto fecondo anche per la presenza di Maria Corti e di Cesare Segre. Poi ebbi l’’ncarico al Politecnico di Zurigo”.La cattedra che era stata di Francesco De Sanctis. ”Una cattedra particolare, inserita come è in un Politecnico. Intanto si facevano centoventi ore di lezione contro le cinquanta italiane. Mi dividevo tra letteratura antica e moderna, in pratica facevo due corsi”» (Paolo Mauri, ”la Repubblica” 9/11/2002).