Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  novembre 11 Lunedì calendario

SVAMPA

SVAMPA Nanni Milano 28 febbraio 1938. Attore, cantante • «Quarant’anni nello spettacolo fra cabaret teatro e canzoni. L’esperienza dei Gufi, l’agnizione con Georges Brassens [...] ”Per me l’umorismo è stata la prima forma di sopravvivenza. Fino a tutta l’adolescenza sono vissuto in una casa tristissima che avrebbe avvilito l’estro dei Fratelli Marx. E io per sopravvivere cercavo in quelle cose che tristemente mi assediavano il risvolto umoristico, che mi facesse ridere [...] Mi piacciono gli aspetti surreali della vita, ma anche quelli semplici. Mi fanno ridere i pomposi, le persone che inciampano, i luoghi comuni, il sentimentalismo, i funerali, i matrimoni e le barzellette sugli sfigati [...] Odio le barzellette sofisticate, adoro quelle volgari. Sono contrario alla trivialità, ma a favore della volgarità [...] L’avanspettacolo era la forma più facile di comicità, diciamo pure non particolarmente colta. Da quei teatri sono usciti però dei grandi comici. Il cabaret più che un luogo è uno stile: è fatto di provocazioni culturali, di piccole originalità, di gente eccentrica. Naturalmente sto semplificando [...] L’avanspettacolo tradizionale è morto negli anni Cinquanta, ciò che resta di quella forma mi pare riviva nelle dichiarazioni televisive di certi politici. Alcuni sono incontestabilmente esilaranti. Il cabaret si è trasferito in parte in televisione, mutando pelle. Mescolandosi a trasmissioni sportive, di costume, a volte di attualità [...] Iniziai nel 1959 con una rivistina, poi con delle cose vagamente goliardiche recitate al Piccolo Teatro. Professionalmente però sono nato nel 1964 [...] I Gufi furono il risultato di quel periodo fatto di incontri ed esperimenti [...] A parte me, c’erano Lino Patruno, Gianni Magni e Roberto Brivio. Siamo stati assieme per cinque anni [...] Cominciarono a venire fuori le incompatibilità. La verità è che il gruppo non era nato dall’unione di quattro amici, ma dalla combinazione fortunata di quattro stili diversi che seppero creare assieme qualcosa di fantasmagorico [...] Avevamo tutti delle personalità spiccate. A un certo punto ci siamo chiesti che cosa avremmo fatto da grandi e lì il gruppo si è squagliato. Se vuole, il mio parere è questo: le cose devono finire prima che si guastino [...] Magni è morto, Patruno fa jazz soprattutto a Roma e Brivio ha un teatrino qui a Milano. Ogni tanto ci vediamo. Con Lino più spesso. Con Brivio meno. Sono trent’anni che vorrebbe rifare i Gufi, ora comincia a capire che non abbiamo più l’età per rifare quello spettacolo [...] Sono un cane sciolto. Non ho mai avuto con i colleghi così tante relazioni da giustificare la loro presenza in un libro. Mi si dice che sono un po’ anomalo rispetto ai comportamenti standard di chi fa questo mestiere [...] Ho cercato un equilibrio fra vita professionale e familiare. Sono un anticonformista: ho la stessa moglie da quarant’anni [...] Credo che tutta una serie di miei comportamenti siano nati dall’esigenza di voler dimostrare a mio padre, prima di tutto, e poi al mondo che mi circondava, che questo mestiere si poteva fare con la stessa serietà che avrebbero richiesto altre professioni [...] Ho una laurea in economia e commercio presa alla Bocconi. Quando tornavo a casa, dopo le prove al cabaret, mio padre mi aspettava sveglio fino a tarda notte e mi diceva: ti ho fatto studiare vent’anni per andare a puttane tutte le sere. Non capiva che io volevo fare un mestiere seriamente ma per far ridere [...] La nostra satira non sarebbe mai potuta diventare direttamente politica. E aggiungo per fortuna. Non sono mai stato fanaticamente appassionato alle cose di Dario Fo [...] Se vuoi fare teatro politico devi comunque fare un gran teatro, altrimenti duri poco. Mi piaceva ad esempio Morte accidentale di un anarchico, perché conservava la struttura della commedia, gli altri spettacoli erano dichiarazioni politiche, didascalie su quello che allora succedeva [...] Gaber ha lavorato sul riflusso, sul conformismo politico. Si scelse il pubblico della contestazione che non credeva più nella contestazione. Ricordo che perfino io provai a fare uno spettacolo sul riflusso: fu un fallimento [...] Non penso al pubblico come a una entità sacra, né come a una donna volubile pronta a voltarti le spalle. Però se gli dai un´immagine diversa da quello che sei se ne accorge e non è detto che apprezzi [...] Uno si sceglie un guru nella vita: io ho scelto Brassens. Quel suo modo di fare satira, di ricercare attraverso la canzone amicizia e solidarietà sono state per me fonte di autentica ispirazione [...] Sono tra quei quattro o cinque anticlericali del ventesimo secolo che ancora credono che nessuna morte può pacificarti, ricongiungerti con l’al di là, consolarti. Sei solo il risultato di quello che hai vissuto. Il resto è piccolo cabotaggio spirituale”» (Antonio Gnoli, ”la Repubblica” 5/11/2002).