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 2002  novembre 11 Lunedì calendario

Stockton John

• . Nato a Spokane (Stati Uniti) il 26 marzo 1962. Ex giocatore di basket degli Utah Jazz (si è ritirato nel 2003). Uscito da Gonzaga nel 1984, è stato scelto con il numero 16 nel draft di quell’anno (che produsse talenti come Hakeem Olajuwon e un certo Michael Jordan). 19 stagioni Nba, 1686 partite playoff compresi, 17.645 assist, 3603 palle recuperate, 2 medaglie d’oro all’Olimpiade. «Quando i Jazz nell’84 lo scelsero come numero 16 del draft proprio lì a Salt Lake, il pubblico reagì con il lancio di hot dog e cartacce. La gente si aspettava Jordan o Olajuwon e quando spuntò quel piccoletto di poco più di un metro e ottanta con dei muscoli come sottilette, si sentì presa in giro. Non sapeva che Utah aveva appena pescato uno dei più grandi giocatori di sempre. [...] Non ha soprannomi, guida una Lexus come l’ultimo degli impiegati dei Jazz, sfoggia un taglio di capelli orribile con frangetta uguale a quando andava al liceo, è un uomo anonimo, di quelli, che quando riguardate le foto di una vecchia gita scolastica, stentate a ricordarne il nome. [...] Figlio di un barista di Spokane che gli aveva inculcato la passione per il basket facendo il tifo per la piccola Gonzaga University, il college dove poi giocò.[...] Sta alla larga dai pettegolezzi. Si tiene in forma con la religiosità di un monaco tibetano. Al massimo la sera, tira tardi nel salotto di casa a fare cruciverba. [...] Ha voluto giocare anche con un gomito inservibile, con un dolore allo sterno che non lo faceva respirare e una schiena spezzata che non lo faceva piegare. Una volta era così debilitato che nell’intervallo fu costretto a farsi praticare una flebo» (’La Gazzetta dello Sport” 3/11/2002). «Quando ha superato Magic Johnson come recordman assoluto degli assist, ha proibito che interrompessero la gara. Odia parlare a tal punto che, dopo anni di risposte assolutamente banali e che non svelavano nulla di chi fosse davvero il regista più sorprendente dell’era cestisticamoderna, i giornalisti hanno smesso di intervistarlo. Scene viste mille volte, anche da milioni di persone, quando Stockton guidò gli Utah Jazz per due volte alla finale Nba. Nei mega corridoi sotto le tribune delle arene Nba, dove possono circolare comodamente due Tir, il copione era più o meno sempre lo stesso: arrivavano le limousine e le auto di lusso dei compagni o degli avversari, Michael Jordan passava elegantissimo tra due ali di telecamere, piastre d’oro luccicavano al collo, al polso e dal lobo delle orecchie di atleti dal fisico fantastico spesso accompagnati da donne stratosfericamente appariscenti. Poi arrivava John, con la sua berlina bianca. Minuto, scendeva con uno dei sei figli (degli Attila che gli hanno distrutto la medaglia di Barcellona messa sul caminetto di casa) in braccio e un altro per mano, la camicina con i colori slavati del K- Mart e i jeans vissuti. Sgusciava in spogliatoio per dribblare i giornalisti e si ripresentava coi calzoncini corti e attillati quando ormai la moda hip hop prevedeva bragoni larghi al ginocchio, la pettinatura anni Sessanta e cominciava a illuminare il campoe il viso dei compagni, resi tutti più forti dai suoi assist. John è sempre stato così. Per lui, la cosa più importante è l’amore per il gioco, non solo sotto i riflettorima sui campetti, d’estate coi figli e gli amici o quando all’università passava le sere in palestra da solo per avere una possibilità su un milione di giocare nella Nba. Non ha mai voluto cambiare squadra perché i Jazz gli avevano dato un’opportunità quando non era nessuno. Non ha mai avuto l’agente, se non un vecchio amico, fino all’ultimo contratto. Chiuso, come al solito, in pochi secondi: il più alto della carriera, quello della pensione serena, da 5 milioni di dollari, tanti ma meno della metà di chiunque altro della sua forza. A una condizione: che la squadretta del figlio di hockey su ghiaccio potesse usare la pista del Delta Center. A dispetto dell’aspetto fisico e delle abitudini da uomo qualunque, Stockton non lo è. Non ha chili e centimetri ma un cuore da 30 battiti a riposo capace di fargli recuperare più in fretta la stanchezza, due mani sproporzionate ed enormi da persona di oltre 2metri che gli hanno permesso di trattare e passare il pallone come nessuno, una tempra fisica eccezionale: ha giocato 1502 delle possibili 1526 gare di stagione regolare, 609 consecutive dal ’90 al ’97 e chiudendo, da ultratrentacinquenne, con 4 anni senza un’assenza. Laprima volta che s’era dovuto fermare, l’hanno beccato nell’ascensore dell’ospedale che cercava di scappare per andare alla partita, un’altra ha preso una ditata in un occhio ma voleva dimostrare ai medici che avrebbe potuto benissimo giocare anche vedendol’immagine di compagni e avversari sdoppiata. L’apoteosi del suo concetto di squadra non sono stati gli assist ma i blocchi: Stockton ha buttato il suo corpicino e i gomiti aguzzi decine di volte ogni sera contro marcantoni con fisico da culturista. Che lo odiavano. E’ conosciuto come uno dei giocatori più duri e sporchi della lega. Re dei fondamentali, anche se il tiro partiva dalla spalla, retaggio di quando il pallone era troppo grande per lui, icona di un basket detto di una volta, ma modernissimo per pulizia e semplicità, aveva un’intesa telepatica coi compagni, soprattutto Karl Malone, senza bisogno di schemi. Viene da Spokane, Washington, dove suo padre Jack è il proprietario della Jack e Dan Tavern e uno dei ritrovi serali più in voga si chiama La Cipolla. A Salt Lake è arrivato quando i Jazz erano una barzelletta portandoli, dopoi booh e gli hotdog buttati contro i dirigenti che lo avevano scelto dal college di Gonzaga, per 19 anni di seguito ai playoff. Firmato il contratto, per prima cosa ha chiesto dei filmati dei Jazz da visionare durante l’estate: quando s’è presentato per la prima volta al camp, conosceva i compagni e gli schemi come se avesse sempre giocato lì. Quando arriva uno nuovo, John lo interroga: ”Come ti piace ricevere la palla, dove, con che angolo?”. Per molti sono state le uniche parole che hanno sentito da lui. Sul suo rapporto con Malone si sono scritti trattati sociologici e cestistici: il nero del Sud e il bianco del Nord, che giocano assieme per 18 anni. Amici senza nemmeno comunicare, salvo casi rarissimi. ”Dopo la sconfitta con Sacramento – racconta Malone – ci siamo seduti accanto in aereo. E abbiamo parlato. Volevo dirgli delle cose che non gli avevo mai detto prima per non pentirmi di non averlo fatto. Una sensazione che ho già provato, con mio padre e mio nonno. Ma loro sono morti”. Rispetto e fiducia totale. Anche troppa. Una volta John disse a Karl che Armen Gilliam di Charlotte lo aveva etichettato come ”un sopravvalutato”. Malone è andato in campo e ha segnato 52 punti. Poi ha scoperto che la provocazione era una invenzione dell’amico. Stockton to Malone, il gioco a due portato alla perfezione ma mai fino al titolo Nba. La statistica più crudele è che John è il giocatore che ha disputato il maggior numero di gare senza vincerlo. Il secondo? Malone. Stockton ha giocato gli ultimi minuti della carriera, in una sfida ormai senza speranza contro i Kings, come se fossero stati i primi. Non ha mai mollato di un millimetro, non s’è mai visto in campo davvero invecchiato. Una sola volta s’è lasciato travolgere dall’entusiasmo, quando ha segnato ai Rockets il canestro allo scadere che portava per la prima volta i Jazz alla finale Nba. Trenta secondi dopo, sembrava il ritratto di Buster Keaton”» (’La Gazzetta dello Sport” 9/5/2003).