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 2002  novembre 11 Lunedì calendario

MICCOLI

MICCOLI Fabrizio Nardò (Lecce) 27 giugno 1979. Calciatore. Si è fatto conoscere dapprima al Casarano, giovanissimo, in C1, e poi alla Ternana, in B. Dal 2002/2003 al Perugia (che lo ha avuto in prestito dalla Juventus), il 12 febbraio 2003 l’esordio in nazionale (contro il Portogallo). Nel 2003/2004 alla Juve, nel 2004/2005 alla Fiorentina, dal 2005/2006 al Benfica, dal 2007/2008 al Palermo • «A Terni era il ”Romario del Salento”, a Perugia si limitano ad impazzire per lui. Per i suoi gol, per i rigori che si procura, per gli assist e per le partite ”che vince da solo”, come da definizione di Gaucci. Che lo ha già venduto alla Juventus. Tatuaggio di Che Guevara sulla tibia, è uno dei simboli del rinascimento del pallone italiano» (’la Repubblica” 4/11/2002). «Per lui, l’avversario più ostico resta il maledetto nodo alla cravatta. Le specialità della casa sono sempre i gol. Si propone proprio com’era ai tempi dell’adolescenza, a San Donato, e delle sue prime conquiste calcistiche, nel Casarano. Rientrato dalla scuola, resisteva a tavola, per il pranzo, appena pochi minuti; poi, scappava sulla salita che conduce a via Specchia e davanti all’abitazione di nonna Immacolata organizzava la quotidiana partita, con gli amici di sempre, Andrea Medica e Simone Marullo. Al boschetto o nella zona ”La Specchia”, dava saggio delle sue grandi doti di calciatore, che portarono ”mesciu Ppinu” Bruno a tesserarlo, sotto falso nome, con il San Donato per i primi campionati giovanili. Sul cartellino risultava avere 8 anni; in campo, però, gli bastavano 6 anni per fare impazzire gli avversari già più formati di lui sul piano fisico. Quando tornava a casa, s’abbandonava sul divano per godersi per lunghe ore i cartoni animati in tv. Mangiava poco, ma divorava stecche di cioccolata e tante liquirizie ”S’arrampicava sugli armadi e sulle credenze - racconta il padre Enrico -, per nascondere le carte di cioccolatini e caramelle. E ancora oggi divora liquirizia e cioccolata”. A 8 anni ”lu Maradona” di San Donato passò al Lecce Club, dove per tre stagioni spopolò in tutti i campionati di categoria, segnando gol a grappoli. Impegnato a Torino il padre, assunto alle Ferrovie, Fabrizio cominciava ad essere corteggiato da vari osservatori, in particolare Vallese, che provò a convincere i coniugi Miccoli a concedere il ragazzino per un provino al Torino. Ma lui piangeva, non si rassegnava a lasciare la sua terra per inseguire la fortuna a 1.000 chilometri di distanza. Mamma Enrica non accettava di vedere così distrutta quella ”briciola” di bambino innamorato pazzo del pallone, di Maradona e Nino D’Angelo. Nel – 92, però, di fronte alla grande chiamata del Milan (per 10 milioni di lire al Lecce Club), Fabrizio fu spinto sul treno dal padre: insieme, destinazione Milano, iniziarono a scrivere la favola di famiglia. Nel ”pensionato” del vivaio rossonero, vestirono il piccoletto come un adulto: divisa sociale, con tanto di cravatta, e sotto la guida degli allenatori Morini e poi Fiorin ”l’emigrante” regalò gol e spettacolo. Ogni due, tre giorni, gridava ai genitori, via telefono, la sua malinconia, la sua paura di non farcela: tempi duri, quelli. Quei pianti del ragazzo, però, nel – 94 aprirono il cuore di papà Enrico, che consentì a Fabrizio il ritorno. Scartato dal Lecce – ”bravino, ma troppo basso” , fu la sentenza emessa da un dirigente del settore giovanile giallorosso -, Miccoli trovò subito un estimatore in Pantaleo Corvino, allora d.s. del Casarano, che conquistò la fiducia dei genitori del campioncino presentandosi con un bell’assegno di 5 milioni di lire. Fu la svolta per il funambolo, capace di esplodere un gol dietro l’altro nelle categorie allievi (39 centri in un solo campionato) e Berretti. In un torneo giovanile, ”Miccolino”, dribblati difensori e portiere, fermò il pallone sulla linea di porta e si stese per terra spingendo la sfera in rete con un colpo di testa. Corvino imponeva a Fabrizio e ad Alessandrì, suo partner d’attacco(appena 325 centimetri in due...), di mantenere sempre la maglia dentro i pantaloncini, per evitare di apparire ancor più bassi di quanto fossero. Coppe e trofei conquistati come promessa sbocciata in campo giovanile, Miccoli dava pensieri ai familiari, alla fidanzatina Flaviana e al futuro suocero Michele, gommista e rivenditore di scooter e motociclette. In sella al suo mitico ”Malaguti F10”, dal quale a stenti riusciva a poggiare il piede per terra, imperversava nelle vie di San Donato, quasi sempre impennato su una ruota. I vigili urbani gli sequestravano il motorino e doveva pensarci papà, nel frattempo assunto come impiegato al Comune di Lecce. Nell’estate – 96 Corvino impose all’allenatore di allora del Casarano Cadregari la coppia di punte composta da Massimo Manca (19 anni) e Miccoli (17): nessun altro, toccava a loro mettere il timbro sulla salvezza della formazione rossazzurra. Per Fabrizio, 8 reti al suo primo campionato in C1, altre 11 nella stagione successiva e, in mezzo, le convocazioni nelle varie rappresentative nazionali e un vero contratto da calciatore professionista: 800.000 lire al mese, per iniziare a sognare, circondato già dal procuratore Francesco Caliandro, destinato a svolgere il ruolo di fratello maggiore. Premiato come miglior giocatore del girone B della C1, sistemò nella sua cameretta il trofeo e andò in una gioielleria per barattare i due milioni di lire in gettoni d’oro per una appariscente collana. Già allora il Perugia era nel destino dell’attaccante, visto che nel ”97 Corvino, prima di abbandonare il Casarano, aveva definito la cessione in comproprietà di Miccoli al club di Gaucci per 750 milioni di lire. All’ultimo momento, però, l’affare saltò e, un anno più tardi, bruciò anche la speranza di Fabrizio di raggiungere il d.s., passato al Lecce. Nella primavera ”98 finì su un quotidiano l’accordo segreto per un contratto preliminare di 5 anni e Miccoli vide sfumare l’opportunità di indossare la maglia giallorossa. Il Casarano lo cedette alla Ternana, dove il ”Romario del Salento” fu ribattezzato ”Romario del Nera”: 32 reti in 4 campionati di B, poi la consacrazione definitiva, con il passaggio alla Juve, nel giugno 2002. Carattere forte, Fabrizio arrivò nella stanza di Luciano Moggi accompagnato dal solito procuratore Caliandro, smentendo chi, invece, dava per scontato il suo passaggio alla Gea, la scuderia di Alessandro Moggi» (’La Gazzetta dello Sport” 11/2/2003).