varie, 11 novembre 2002
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Aziz Tarek
• (Michael Yuhanna) Tel Keppe (Iraq) 28 aprile 1936. Politico iracheno, a lungo ministro degli esteri di Saddam Hussein, si consegnò agli Usa dopo la sconfitta nella Seconda guerra del Golfo (2003). Nell’ottobre 2010 condannato a morte (impiccagione) per «il ruolo da lui svolto nell’eliminazione dei partiti religiosi», per lo più sciiti • Sempre dipinto come «il volto più presentabile del regime»: «La ragione è presto detta e non ha nulla che fare con la pur eccellente conoscenza delle lingue, frutto di ottimi studi e di giovanili soggiorni all’estero. Il regime disponeva di tecnocrati di primissimo ordine, dai curriculum arricchiti in lunghi anni trascorsi in università straniere. Basti per tutti l’esempio di Amer al Saadi, il super esperto di armamenti che si è consegnato agli americani appena finita la guerra, uomo sofisticato e perfettamente trilingue (arabo, tedesco, inglese). Ciò che rendeva Tareq Aziz un portavoce ideale per il suo impresentabile raìs era altro: lui ci credeva, e ci credeva con intelligenza. Anche Mohammed Saed al Saaf, l’ineffabile ministro dell’Informazione, era - per dire - uno che ci credeva. Anche troppo, se è per questo. Ma era tanto convinto quanto ottuso. Tareq Aziz era l’unico che sotto Saddam sapeva difendere le ragioni irachene in maniera convincente. Questa sua capacità veniva da molto lontano. Era uno dei pochi, tra i massimi dirigenti, a poter vantare credenziali impeccabili nella storia del partito Baath. Aveva aderito al movimento nazionalista e pan-arabista fin quasi dalle origini, in età molto giovane e in tempi non sospetti, quando le ragioni potevano essere soltanto ideali e intellettuali e non certo il miraggio del potere. Queste sue convinzioni di fondo, non del tutto soffocate da decenni di esercizio assoluto dell’autorità - di incontrastato e spietato regime totalitario - ogni tanto mandavano ancora qualche bagliore. Il mese prima della guerra, in febbraio, il vice premier ricevette a Bagdad il senatore comunista italiano Armando Cossutta. Questi gli chiese conto delle accuse americane sui presunti legami dell’Iraq con Al Qaeda, la rete terroristica di Osama bin Laden. L’ospite, che fino allora aveva conversato amabilmente, si sdegnò. “Lei è della mia generazione”, disse accalorato al visitatore italiano, “lei sa da dove veniamo, conosce la nostra storia. Come è possibile accusarci di connivenza col terrorismo islamico, qualcosa di così profondamente estraneo alla nostra formazione, alle nostre convinzioni?”. Mentiva, magari; ma nel riferire del colloquio il senatore comunista mostrava di credere a quell’argomentazione, che evidentemente considerava logica e verosimile. E così da anni vedevamo in giro per il mondo quell’ometto piccolo, alle Nazioni Unite di New York e nelle capitali europee, con in testa il copricapo tradizionale di astrakan. Lo stesso che indossava nel corso della sua ultima missione: la visita in Italia e dal Papa nella seconda metà di febbraio del 2003. In quest’ultima sortita, compiuta quando la situazione era ormai disperata, la guerra già decisa e l’Iraq di Saddam Hussein spaventosamente isolato e condannato, Tareq Aziz giocò la sua ultima carta, l’estremo motivo che aveva fatto di lui un notabile utile al suo presidente. Egli è un cristiano, un caldeo, il più potente esponente della sua comunità all’ombra di Saddam. Questo gli consentiva di svolgere il ruolo di protettore dei cristiani iracheni, minoranza attanagliata dall’insopprimibile paura di essere sopraffatta dall’onda montante dell’Islam, e anche di essere più facilmente accetto in Occidente. Questi era dunque il volto più accettabile, più presentabile di cui Saddam disponesse. Ma l’affabilità, l’indubbia capacità dialettica, la sensazione che egli sapeva dare di avere al fondo le stesse letture, gli stessi riferimenti culturali dei suoi interlocutori occidentali, erano ingannevoli. Tareq Aziz aveva al polso il Rolex d’oro dei fedelissimi, il dono del raìs che era anche una stimmata di corresponsabilità. Forse era migliore; certo non innocente» (Pietro Veronese, “la Repubblica” 25/4/2003). «Seguendo il padre, un medico di origine turca, si trasferisce nella capitale. È a Bagdad che scopre la politica seguendo il percorso obbligato del Baath, il partito unico. Con pazienza è riuscito a farsi spazio all’interno del movimento, arrivando alle cariche più importanti. Per diversi anni ha fatto il giornalista, lavoro che lo ha portato a diventare ministro dell’Informazione, quindi titolare degli Esteri e infine vicepremier, con una posizione di prestigio nel Comando del Consiglio rivoluzionario. Svolge un ruolo cruciale, spiegando la posizione del suo paese, o meglio quella di Saddam. La sua notorietà cresce all’epoca della prima guerra del Golfo (1990-91). Gli osservatori, con una certa indulgenza, lo definivano “il volto umano del regime”. E il raìs lo ha usato come scudo propagandistico. A differenza degli altri dirigenti iracheni, Tarek Aziz si è sempre distinto per i modi tranquilli. Ha usato la padronanza dell’inglese e l’arguzia come armi per districarsi nella giungla diplomatica. Gli oppositori lo hanno definito un semplice “signorsì”, pronto a servire a comando i voleri del padrone. Altri lo hanno considerato un messaggero, una figura senza reale base di potere, un personaggio reso debole dall’appartenenza ad una minoranza religiosa. […] Gli esuli lo legano anche ai crimini di guerra. Non vi ha partecipato direttamente però ha avuto il coraggio di negarli. Una volta, davanti alle accuse di massacri, ha risposto: “Non abbiamo avvelenato neppure un uccellino”. […] Quando gli americani hanno invaso l’Iraq è rimasto nella trincea della propaganda solo per un paio di giorni. Poi lo si è visto nei video, dalla incerta datazione, al fianco di Saddam. Rideva e annuiva. Per compiacere al suo maestro» (Guido Olimpio, 25/4/2003). «Uomo duro, freddo come l’ossidiana. Di giusta statura, capelli candidi (Saddam se li tingeva, lui ha smesso da più di vent’anni), baffi neri, occhi acquosi ma saettanti dietro un par di lenti assai spesse. Dietro quella faccia paciosa che ispira fiducia, c’era l’ideologo inflessibile del Baath, nelle cui fila era entrato, al pari di Saddam, giovanissimo. Il Baath è quel partito socialista arabo che era stato fondato nei Quaranta dal siriano Michel Aflaq, cristiano successivamente convertitosi all’Islam, e dal musulmano Salah Bitar, quel partito della Rinascita che conobbe una scissione nei Sessanta: Aflaq lasciò Damasco, trasferendosi a Baghdad, dove è morto. La scissione non ha aveva indebolito il Baath (un partito nazionalsocialista, a conti fatti) ma ne ha creati due: acerrimi rivali; uno sta in Siria ed è il partito unico; l’altro, prima dell’intervento americano, aveva sede in Iraq. Se c’è una persona al mondo alla quale Saddam abbia portato rispetto e ubbidienza (ideologica), questa persona fu Michel Aflaq. La vulgata pretende che Saddam e Aziz abbiano giocato per molti anni quello che in America chiamano il balletto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Aziz, in grazia di una scaltra intelligenza, d’un inglese fluente sul serio, condito di citazioni da Shakespeare e Milton, quando non da Cervantes (il nostro parla anche lo spagnolo), coi suoi modi garbatamente timidi e quella sfumatura cinica d’un mezzo sorriso sulle labbra espressive ha sempre incantato diplomatici e giornalisti occidentali. Tanto da meritare l’etichetta di “moderato”. In verità moderato lo è, ma solo nel linguaggio, nel tono di voce grave, sommessa. Al di là di codesta cortina “c’è un muro di cemento armato”. Va detto, tuttavia, come sia stato lui, Tareq, a governare l’incredibile accostata dell’Iraq all’Occidente, anzi agli Stati Uniti (lasciando così a piedi i fabbricatori dell’Iraq di Saddam: i generaloni dell’Armata Rossa) allorché la guerra (8 anni) con l’Iran aveva messo in ginocchio il regime di Baghdad. Quell’accostata, meglio: l’approdo al pragmatico porto americano gli valse il titolo di “filo-occidentale”. Al punto che quando Saddam invase il Kuwait, di lui, di Tareq, non si sapeva più nulla. Sparito. Ma un giorno ricomparve accanto al suo Raíss e padrone, clamorosamente smentendo, col solito mezzo sorriso, le voci che lo volevano addirittura “impiccato per alto tradimento”. In realtà Tareq purgò la sua sbornia di americanismo agli arresti domiciliari, approfondendo gli studi dello spagnolo. Dopo un’autocritica in buona e dovuta forma, venne ammesso al baciamano del tiranno decisosi a perdonarlo. Non per generosità d’animo ma perché in quella difficile congiuntura l’unico a poter “trattare” con gli Usa era lui, soltanto lui. Tareq era sempre riuscito a dar l’impressione che fosse più facile discutere con lui che non con Saddam. Qualcuno che lo conosce bene ci ha detto che Tareq si dedicò, non senza una punta di masochismo, a stimolare l’intransigenza di Saddam Hussein, la sua caparbietà, il patologico culto della personalità del tiranno mesopotamico. Ma c’è anche chi sostiene che se Aziz avesse conservato un po’ “del suo coraggio giovanile”, Saddam non avrebbe compiuto le fughe in avanti che gli sono costate la perdita del potere. Il 15 luglio ‘72, rievocando il processo che portò, il 26 gennaio ‘69, all’impiccagione in Piazza della Repubblica (da quel giorno ribattezzata Piazza degli Impiccati), al cospetto di centinaia di migliaia di persone, bambini compresi, di 16 “sovversivi” (dieci erano, come di solito in Iraq, ebrei colpevoli solo d’essere ebrei), sul giornale del partito Baath che Aziz dirigeva, così egli scrisse: “La Rivoluzione aveva deciso di estirpare le reti spionistiche senza pietà e quindi venne stabilito di giustiziare i condannati in pubblico”. Ancora: “Sarebbe ingiusto pensare che le migliaia e migliaia di persone che si sono mosse per qui convenire, per vedere i corpi pendere dal patibolo, fossero dei barbari o dei primitivi. Sarebbe ingiusto e per di più sbagliato. Questo avvenimento (l’impiccagione pubblica) è un monumento eretto dalla Rivoluzione per dimostrare a tutti che ciò che in passato era stato possibile, ora era un fatto che parlava da solo”. In extremis, nel 1991, a Ginevra, Aziz incontrò l’allora segretario di Stato americano James Baker: per verificare l’ultima chance. Infagottato in un abito civile di sciagurata fattura perché, di solito, il Raíss pretende che i suoi uomini vestano in divisa (ch’è poi la divisa degli antichi colonizzatori inglesi), lui, Saddam, che non aveva mai fatto un giorno di naja epperò s’era autopromosso “comandante supremo”, infagottato in panni brutti, il Tareq Aziz, curvo, lo sguardo perduto nel vuoto, francamente muoveva a compassione. Prima di ripartire per Baghdad, che di lì a poche ore sarebbe stata bombardata, pregò il direttore dell’Intercontinental (di Ginevra), l’affabile Herbert Schött, di comperargli “la solita cioccolata, i soliti sigari” (cubani). “Se perdo questa occasione, dove trovo più la cioccolata svizzera per mia moglie e i sigari per me?”, disse umile come un vecchio ragazzo triste che l’ha fatta grossa. Sul comodino da notte della suite di solito a lui riservata, tutta in autentico stile inglese, la governante trovò un libro di poesie. Un libretto del poeta spagnolo Rafael Sanchez Ferlosio (conosciuto non da molti amanti della poesia, ma da significativi lettori). Non s’è saputo se quell’aureo libretto fosse di Aziz, da lui dimenticato, o di un altro supercliente. Rimane il fatto ch’essi, i versi di Ferlosio, fossero drammaticamente profetici: “Vendrán más años malos / y nos harán más ciegos. / Vendrán más años ciegos / y nos harán más malos”» (“La Stampa” 25/4/2003 e 13/2/2003). «Eterno vicepremier, fedele servitore dei voleri del dittatore Saddam Hussein e di fatto protagonista di qualsiasi iniziativa diplomatica irachena. Il “volto umano” del regime […] Su di lui, negli anni 90, girava una barzelletta: riunione di governo, Saddam ha appena chiuso una seduta fiume del suo gabinetto e gli chiede: “Che ora è”. Risposta: “Quella che preferisce, signore”. La fedeltà era forse l’unico modo per poter conquistare la fiducia di un uomo scaltro e sospettoso come Saddam. Aziz non viene dal clan di Tikrit e non è un musulmano sunnita. Appartiene, caso raro, alla minoranza cristiano-caldea e ciò lo ha sicuramente posto in una luce diversa rispetto agli altri uomini del regime. È nato nel villaggio di Tell Kaif, non lontano dalla città di Mosul, uno dei centri del nazionalismo arabo. Ma la sua famiglia si è ben presto trasferita a Baghdad dove il padre avrebbe fatto il cameriere in una locanda di infimo ordine. Un amico, che lo conosce sin da quei giorni, sostiene che questo umile passato lo avrebbe influenzato pesantemente: “Si sentiva inferiore, voleva uscire da quel buco, voleva dimostrare di essere un vincente”. Deve lottare per riuscirci. Studia letteratura britannica e si lancia in politica entrando nelle strutture clandestine del partito Baath. Sono anni convulsi – siamo nel 1968 – e la formazione è scossa da duri scontri interni. Il futuro ministro appartiene all’area intellettuale e deve vedersela con i “militari”. È accusato di essere troppo vicino all’Occidente. In realtà, spiega un veterano di quelle battaglie, era pronto a passare con gli altri, a patto che gli dessero una poltrona. Diventa finalmente direttore del giornale “Al Thawra”, la voce del Baath, il partito ora al potere. Lo ha nominato, guarda caso, Saddam Hussein. Non passano neppure cinque anni e, nel 1973, diventa ministro dell’Informazione. Dieci anni più tardi è a capo della diplomazia. È lui ad alimentare il culto della personalità di Saddam, è lui a rappresentarlo all’estero. Sa scherzare con i giornalisti, riserva battute, si muove con abilità in Occidente. Quando nell’estate del 1990 l’Iraq invade il Kuwait, conduce la trattativa con l’Onu nella speranza di fermare la “Tempesta del deserto”. Di solito indossa abiti eleganti, ma in quei mesi ostenta la divisa militare. “Non pensiate che non sappia cosa sia la battaglia”, racconta un suo estimatore. “Una volta degli attentatori hanno lanciato delle granate contro alcuni dirigenti. Lui era in mezzo. Con uno scatto si è tuffato da un lato e si è salvato. Altri hanno pagato con la vita”. L’opposizione lo ritiene coinvolto nei massacri di dissidenti, dai curdi agli sciiti, nel settembre del 1999 stava per scattare una trappola giudiziaria per lui in Italia. Volevano arrestarlo come il generale cileno Pinochet, ma all’ultimo momento ha cancellato la visita nel nostro paese. Non troppo alto, rotondetto, è il primo a rispondere all’ordine dato da Saddam: “I ministri sono troppo grassi, metteteli a dieta”. Al contrario di altri ufficiali, evita uno stile di vita eccessivo. È devoto alla moglie che gli ha dato tre figli: l’ultimo lo ha chiamato – manco a a dirlo – Saddam. E il dittatore lo ha ricambiato assegnandogli ruoli di fiducia, persino nel delicato settore delle armi strategiche» (Guido Olimpio, “Sette” n.37/2001). «Non ha mai avuto chances di candidarsi alla successione di Saddam. Ma nel mosaico del potere iracheno è sempre stato un tassello fondamentale. Il “volto non violento” di Bagdad, l’aveva definito il “Wall Street Journal” ai tempi della Guerra del Golfo, quando i delicati rapporti tra l’Iraq, che aveva invaso il Kuwait, e i Paesi occidentali, che avevano lanciato l’operazione “Desert Storm”, erano tenuti da questo signore dai grandi occhiali quadrati, che parla bene inglese e che alla divisa militare preferisce abiti grigi di taglio europeo. A quell’epoca - era il 1990 - era già un politico di lunga esperienza. Compagno di Saddam sin dalla fine degli anni Cinquanta, si impose come l’ideologo del partito nazionalista Baath, diventando prima direttore di “Al Thawra”, organo ufficiale del partito, poi ministro dell’Informazione e infine, nel 1983, in piena guerra con l’Iran, ministro degli Esteri. Ma il suo “volto umano” in realtà era un’apparenza, che piaceva a giornalisti e politici occidentali (ha sempre rivendicato ottimi rapporti in Italia con Bettino Craxi e Giulio Andreotti), ma nascondeva una personalità da “falco”» (Alessandra Coppola, “Corriere della Sera” 29/8/2001).