varie, 11 novembre 2002
AMADEI1
AMADEI Amedeo Frascati (Roma) 26 luglio 1921. Ex calciatore. Con la Roma vinse lo scudetto 1941/42, poi al Napoli e all’Inter. In serie A segnò 174 gol. In nazionale 13 presenze e 7 gol • «Il giorno dell’esordio nella Roma, intanto. ”Era il 2 maggio ”37 e si giocava ancora al Testaccio, dove i mostri sacri erano Masetti e Monzeglio, Allemandi e Bernardini, ai quali portavo volentieri la valigia. Non avevo nemmeno sedici anni, nessuno ha mai debuttato tanto presto in serie A. Neppure Rivera nel ”59 è riuscito a strapparmi quel record e ogni volta che ci incontriamo me lo rinfaccia scherzosamente”. E poi il soprannome di ”fornaretto”. ”Mio nonno aveva un forno a Frascati, ma una sera se lo giocò a carte per 30 mila lire. L’indomani la famiglia lo ricomprò per 40 mila, coprendosi di debiti. Dovemmo sacrificarci tutti. Ero poco più di un bambino, ma nel forno ci lavorai anch’io. Consegnavo il pane ai clienti in bici”. […] Il primo scudetto della Roma, quello del ”42. ”Da tre stagioni ero il centravanti titolare. Giocai 30 partite su 30 e segnai 18 gol. Precedemmo di 3 punti il Toro di Gabetto e di 4 il Venezia di Loik e Mazzola”. Fu allora che Bruno Roghi, popolare giornalista dell’epoca, confezionò per lui la sontuosa definizione di ”ottavo re di Roma”, che oltre quarant’anni dopo sarebbe stata appiccicata a Falcao e più recentemente a Totti. Era l’epoca in cui l’Italia canticchiava un motivo intitolato ”Se potessi avere mille lire al mese”. Il suo primo stipendio era di 450 lire, che diventarono 800 nella stagione seguente e 1.800 in quella dello scudetto. ”Il più pagato era il portiere Masetti, che guadagnava il doppio”. La conquista del titolo gli regalò un premio di 500 lire per ogni partita giocata, 15 mila lire in tutto. ”Più un orologio di metallo e 25 giorni di licenza dal corpo dei bersaglieri. Di feste, nemmeno a parlarne. Fummo ricevuti dal federale, che ci offrì due pasticcini. C’erano la guerra e una fame bieca”. Ci fu chi insinuò a lungo che a propiziare lo scudetto giallorosso fosse stato il fascismo. ”Balle. I gerarchi che contavano, da Mussolini in giù, tifavano Lazio, la squadra dei pariolini. Noi eravamo l’espressione della Roma più popolare”. Tra i ricordi c’è anche il difficile rapporto con la nazionale: solo 13 partite in quattro anni. ”Dovetti aspettare che si facesse da parte Pozzo, che mi considerava inadatto ai meccanismi tattici della squadra e non mi convocò mai. La mia caratteristica principale era lo scatto bruciante. Avevo un dribbling essenziale, puntavo deciso a rete. Un gioco senza fronzoli, insomma. Dicevano che nei piedi nascondessi il tritolo, paragonando la potenza dei miei tiri a quella di Levratto. Lo stesso raffronto fu fatto in seguito tra Riva e me. Oggi mi rivedo talvolta in Batistuta, anche se lui ha qualcosa in più: carisma, volontà, rabbia. Torna spesso a difendere, mentre io pensavo soltanto a catturare la palla per cercare il tiro”. però proprio in nazionale che segna un gol storico, quello che il 18 maggio ”52 a Firenze consente all’Italia di pareggiare contro l’Inghilterra. ”Io giocavo già nel Napoli, ma l’eco di quella prodezza fu così fragorosa che i notabili romani della Dc mi proposero di candidarmi alle comunali. Presi una valanga di voti, soltanto il sindaco Rebecchini ne ottenne di più. Partecipavo alle sedute più importanti, saltando qualche allenamento e facendo infuriare il comandante Lauro, che telefonava a Rebecchini per liberarmi”. L’esordio azzurro, tre anni prima, era coinciso con l’ultima partita in nazionale di sei giocatori del Grande Torino, che poco più di un mese più tardi sarebbero morti nella sciagura di Superga. ”Vincemmo per 3-1 a Madrid e io segnai il terzo gol. Ho fatto appena in tempo ad apprezzare da vicino l’incantevole talento di Valentino Mazzola. In Italia non c’è mai stato un calciatore completo come lui”. Un altro ricordo è invece doloroso, colpa di un’ingiusta squalifica a vita. ”Era il ”43 e giocavamo in Coppa Italia sul campo del Torino. Un guardalinee, un certo Masseroni, dapprima segnala l’irregolarità di un gol granata, ma poi ci ripensa e induce l’arbitro Pizziolo a convalidare la rete. Molti miei compagni circondano arbitro e guardalinee e uno sferra una pedata a Masseroni, che crede di individuare il colpevole in me. A tirare il calcio era stato invece Dagianti, che lo confessò qualche anno più tardi. Un plateale scambio di persona al quale pose rimedio nel dopoguerra un’amnistia federale”. […] Intanto la Roma sprofonda nei debiti e lo cede all’Inter. ”Ormai guadagnavo bene e acquistai la mia prima auto, una Topolino, anche se la maggior parte dei soldi la investivo nel forno a Frascati, ricostruito dopo i bombardamenti. A Milano impiegai qualche mese per ambientarmi, in due stagioni giocai 70 partite e segnai 42 gol”. Nel ”49 è l’autore di una doppietta in un derby leggendario, quello che l’Inter vince per 6-5 dopo essere stata sotto 4-1. ”Nel Milan c’era Liedholm, che ancora oggi non sa darsi pace per quella rocambolesca sconfitta”. La voglia di avvicinarsi a casa lo spinge verso il Napoli, appena tornato in serie A, che nel ”50 lo paga 40 milioni. ”Avevo quasi trent’anni e da attaccante mi trasformai in regista per lanciare Jeppson e Vinicio, sorretto alle spalle da chi correva anche per me”. Dopo sei campionati da calciatore, Lauro gli offre la panchina. ”Prima per sostituire Monzeglio e poi al posto di Frossi, che secondo il comandante era perseguitato dal malocchio”. Sei stagioni da allenatore a Napoli e altrettante alla guida della nazionale femminile. ”All’epoca c’erano pochi soldi, io percepivo soltanto i rimborsi spese. Delle ragazze che selezionavo mi sbalordivano la volontà e l’orgoglio, superiori a quelli di tanti maschietti”. A 57 anni Amadei esce dal calcio. ”Forse avrei potuto proseguire, però non mi è mai piaciuto arruffianarmi. Non rimpiango nulla, comunque. Né invidio gli stipendi miliardari che circolano oggi. Quello che mi interessava era sistemare figli e nipoti. Ci sono riuscito”» (Mario Gherarducci, ”Corriere della Sera” 23/7/2001).