Livia Manera, ìCorriere della Seraî 24/10/2002., 24 ottobre 2002
Tra le costanti amorose di Albert Einstein, quella di incolpare le donne delle proprie azioni. Ad esempio, adolescente, accusò la fidanzata Marie Winter di averlo lasciato: lei uscì di senno, ma era lui, in realtà, ad averla piantata per andare a studiare a Zurigo
Tra le costanti amorose di Albert Einstein, quella di incolpare le donne delle proprie azioni. Ad esempio, adolescente, accusò la fidanzata Marie Winter di averlo lasciato: lei uscì di senno, ma era lui, in realtà, ad averla piantata per andare a studiare a Zurigo. Romantico e immaturo, sempre donnaiolo, cercò nella scienza «l’ordine in cui rifugiarsi dal caos del desiderio». In Svizzera ebbe un nuovo amore, una brillante serba con cui discettava di numeri fino all’alba. Le scriveva: «Resteremo studenti finché vivremo e ce ne sbatteremo del mondo». E infatti sparì, mentre lei partoriva la loro figlia illegittima. Poi arrivò la sua prima moglie, l’intelligente e cupa Mileva Maric: ebbero tre figli, lei li allevò continuando a fargli d’assistente per i calcoli. Ciononostante lui l’accusò d’averla abbandonata: s’era invaghito della cugina Elsa, solare e frivola. A lei, Einstein prese a descrivere Mileva come una «zoppa e brutta creatura ostile», priva di umorismo, «che non riceve niente dalla vita e, con la sua sola presenza, soffoca l’altrui gioia di vivere». Divorziarono infine: Einstein sposò Elsa e lasciò che l’ex moglie morisse paranoica, con i soldi del Nobel cuciti nel materasso. Prima però l’allietò con lettere spietate, tra cui una che diceva: «Col tempo ti accorgerai che è difficile trovare un ex marito migliore di me».