Norberto Fuentes, ìHemingway a Cubaî, Gamberetti Editrice, 11 luglio 1998
Un giorno - era il 1940 - il pittore cubano Samuel Feijòo risalì con una barca il fiume Cojìmar e si fermò su un isolotto di sabbia
Un giorno - era il 1940 - il pittore cubano Samuel Feijòo risalì con una barca il fiume Cojìmar e si fermò su un isolotto di sabbia. Voleva approfittare della solitudine per dipingere, invece vide avvicinarsi un’imbarcazione con «uno straniero forte, muscoloso, abbronzato, massiccio, che aveva a prua delle bottiglie». L’uomo era Hemingway, ma lui non lo conosceva. Chiese al pittore: «Posso venire?». Lui si infastidì ma disse di sì, che si avvicinasse pure. «Iniziammo a parlare. Hemingway disse che anche lui cercava la solitudine perché il mondo lo infastidiva. Era furioso con la gente. Era incompreso, senza veri amici. Diceva che la gente lo circondava solo per la sua fama». Aveva gli occhi pieni di lacrime. Il pittore gli chiese se le bottiglie di whisky che aveva a prua gli fossero di qualche compagnia: «No, quella non è una compagnia. E neppure mi ubriaco. Quella è una via d’uscita per fuggire un po’ dal mondo». Hemingway piangeva ancora di più. Il pittore, di quindici anni più giovane, iniziò a consolarlo: «Cazzo, ragazzo, non devi piangere così. Non devi ridurti così». «Il nostro problema, in definitiva, è che siamo falliti fino alla morte», disse Feijòo. «Falliti fino alla morte», ripeté Hemingway, e iniziò a singhiozzare come un bambino.