Attilio Giordano, ìIl VenerdÏî 07/08/1998, 7 agosto 1998
Gli Zabalin, spazzini del Cairo, vivono su una collina che vista dall’alto «degrada in mille colori: gialli, rossi, blu delle plastiche, nero delle ferraglie, e il grigio di tutto ciò che resta» tra cui l’odore indimenticabile che non riesci a levarti di dosso per giorni «nonostante le docce, i deodoranti, la lavanderia»
Gli Zabalin, spazzini del Cairo, vivono su una collina che vista dall’alto «degrada in mille colori: gialli, rossi, blu delle plastiche, nero delle ferraglie, e il grigio di tutto ciò che resta» tra cui l’odore indimenticabile che non riesci a levarti di dosso per giorni «nonostante le docce, i deodoranti, la lavanderia». I rifiuti di tutta la città vengono raccolti e portati qui dove «qualcun altro aprirà il sacco, per trovare le sorprese che l’immondizia può regalare». Le donne e i bambini separano le plastiche, la carta, i metalli, gli uomini si occupano della loro trasformazione: uno degli addetti ai metalli a sera sembra «un uomo di acciaio» per il volto «ricoperto da frammenti argentei». Tutto ciò che non può essere riciclato rimane sulla collina:« liberamente esposto all’aria». D’estate nella capitale dell’Egitto crescono le malattie da mancanza di igiene, dall’epatite al colera, insieme agli insetti che proliferano nella spazzatura. Tra «Terrazze multicolori, edifici cadenti, animali che razzolano» un bambino gioca sul tappeto dell’immondizia «deve essersi convinto che la vita, tutta la vita , sia un grande ammasso di spazzatura». Il Cairo: sulla collina della città dei rifiuti che 18 milioni di uomini riescono a produrre.