Enzo Bettiza, La Stampa, 17/04/1998, 17 aprile 1998
Pol Pot «l’uomo che fra il 1975 e il 1979 sterminò in pochi anni quasi la metà della popolazione cambogiana, che spopolò le città devastate, che ai sopravvissuti impose fame e malattie indescrivibili con la ruralizzazione forzata, che distrusse materialmente il denaro e i medicinali, che abolì ospedali e scuole riportando il suo paese natale all’età della pietra e del cannibalismo, eccolo ridotto a un manichino inanimato e terroso che non fa più paura a nessuno
Pol Pot «l’uomo che fra il 1975 e il 1979 sterminò in pochi anni quasi la metà della popolazione cambogiana, che spopolò le città devastate, che ai sopravvissuti impose fame e malattie indescrivibili con la ruralizzazione forzata, che distrusse materialmente il denaro e i medicinali, che abolì ospedali e scuole riportando il suo paese natale all’età della pietra e del cannibalismo, eccolo ridotto a un manichino inanimato e terroso che non fa più paura a nessuno. Un simbolo più che del male, dell’anno zero, della quiete cimiteriale in cui aveva sprofondato circa 5 milioni di abitanti della ”Kampuchea democratica” scampati al genocidio. Gli altri 2 milioni erano stati trasformati, dopo l’ecatombe, in concime per le campagne che dovevano diventare fertili appetto delle malefiche città svuotate. Raccontano i testimoni: ”Si uccidevano continuamente uomini e donne per trasformarne i cadaveri in fertilizzanti per le risaie. Li si seppelliva nelle fosse comuni, onnipresenti nei campi coltivati, soprattutto in quelli di manioca”».