Dominick Salvatore, ìIl Sole-24 Oreî 25/08/1998, 25 agosto 1998
In Giappone, la Borsa è scesa del 60% negli ultimi otto anni, lo yen si è deprezzato, dal massimo raggiunto nel 1995, del 40% rispetto al dollaro, ed il tasso di disoccupazione, pur basso se paragonato a quello della maggior parte della nazioni europee, è il più alto dal dopoguerra
In Giappone, la Borsa è scesa del 60% negli ultimi otto anni, lo yen si è deprezzato, dal massimo raggiunto nel 1995, del 40% rispetto al dollaro, ed il tasso di disoccupazione, pur basso se paragonato a quello della maggior parte della nazioni europee, è il più alto dal dopoguerra. La crisi è anzitutto finanziaria. Durante gli anni Ottanta quasi tutte le grandi banche nipponiche hanno concesso ingenti prestiti al settore edilizio, che allora era in forte espansione, a bassi tassi di interesse, usando come garanzie gli immobili ed i loro costosissimi terreni urbani. Con il crollo della Borsa del 1990 ed il ridimensionamento della speculazione edilizia del 1992, le banche si sono trovate con immobili il cui valore in molti casi era caduto anche del 90%, e con ingentissimi prestiti inesigibili, ma, non volendo vendere i loro beni immobiliari a prezzi troppo bassi, hanno continuato in questi anni a concedere prestiti a imprese non più solvibili per non esporsi esse stesse ad una situazione di insolvibilità. Il perdurare della crisi del settore edilizio e della Borsa le ha portate sull’orlo del fallimento, e così le piccole e medie imprese si sono viste negare i prestiti e la crisi finanziaria è diventata una crisi economica generalizzata. I prestiti inesigibili ammontano a mille miliardi di dollari, un valore superiore al 21% del Pil giapponese (quasi otto volte la dimensione della crisi del settore statunitense alla fine degli anni Ottanta e più del doppio di quella messicana del 1994-95), ai quali si aggiungono circa 250 miliardi di dollari di prestiti delle banche giapponesi ai Paesi dell’Est asiatico, molti dei quali non più esigibili, ma è difficile avere dati precisi perché le banche, aiutate dal Governo, hanno cercato di nascondere a livello internazionale la dimensione della crisi. In passato il Giappone ha sempre puntato su un forte incremento delle esportazioni per stimolare l’economia, ma oggi lo yen è già molto debole, l’attivo della bilancia dei pagamenti tocca il 3,2% del Pil e gli Stati Uniti si rifiutano di veder aumentare ancora il proprio deficit commerciale con i nipponici. Lo yen debole ha già tolto competitività ai mercati internazionali, alla Cina ed agli altri Paesi est-asiatici, ed ha ridotto in modo significativo le importazioni, gli investimenti ed i prestiti giapponesi in questi Paesi. Il Giappone, da gennaio a luglio, ha adottato numerosi programmi di stimolo fiscale (42 miliardi di dollari in forma di riduzione di tasse, 70 miliardi di incrementi nella spesa pubblica), ma si tratta di spese amministrative più che di incentivi fiscali. Il deficit fiscale ammonta al 3,5% del Pil, il debito pubblico è pari al 97% del Pil, e, con l’invecchiamento della popolazione più rapido che nelle altre nazioni, gli oneri sociali aumenteranno nei prossimi decenni.