Leonardo Bestiario 62 - Leofante, 1 giugno 1998
«Il grande elefante ha per natura quel che raro negli uomini si trova, cioè probità, prudenzia e equità e osservanzia in religione, imperoché quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi, e quivi purgandosi solennemente si lavano, e così salutato il pianeta ritornano alle selve
«Il grande elefante ha per natura quel che raro negli uomini si trova, cioè probità, prudenzia e equità e osservanzia in religione, imperoché quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi, e quivi purgandosi solennemente si lavano, e così salutato il pianeta ritornano alle selve. E quando sono ammalati, stando supini gittano l’erbe verso il cielo, quasi come se sacrificare volessino. Sotterra li denti quando per vecchiezza gli caggiano. De’ sua due denti l’uno adopera a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la punta per combattere. Quand[do] sono superati da cacciatori e che la stanchezza gli vince, percotan li denti - l’elefante -, e quelli trattosi, con essi si ricomprano. Sono elementi e conoscano i pericoli. E se esso trova l’omo sol e smarrito, piacevolmente lo rimette nella perduta strada. Se trova le pedate dell’omo prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde si ferma e soffia, mostrandola a li altri elefanti, e fanno schiera e vanno assentitamente. Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, el secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudano la schiera. Temano vergogna, non usano il coito se non di notte e di nascosto, e non tornano dopo il coito alli armenti se prima non si lavano nel fiume. Non combattano [per] femmine come gli altri animali, ed è tanto clemente che malvolentieri per natura noce ai men possenti di sè, e scontrandosi nella mandria o greggi delle pecore, colla sua mano le pone da parte per non le pestare co’ piedi, né mai noce se non sono provocati. «Quando son caduti nella fossa, gli altri coi rami terrà e sassi riempiano la fossa; in mo[do] l’alzano il fondo, ch’esso facilmente riman libero. Temano forte lo stridore de’ porci; e, fuggen[do] in dirieto, e’ non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ fiumi e sempre vanno vagabundi intorno a quegli, e per lo gran peso non possono notare. Divorano le pietre, e tronchi delli alberi son loro gratissimo cibo. Hanno in odio i ratti. Le mosche si dilettando del suo odore, e posandosili addosso, quello arrappa la pelle e ficca [’n] le pieghe strette, l’uccide. Quando passano i fiumi, mandano i figlioli di verso il calar dell’acqua e stando loro in verso l’era rompono l’unito corso dell’acqua, acciò che ’l corso non li menassi via» (Leonardo Bestiario 62 - Leofante).