Claudine Brcourt-Villars, "Gli amanti di Venezia", Edizioni dell’Altana, 1 giugno 1998
D’Annunzio affittò, sempre a Settignano, La Capponcina, da lui ribattezzata Settignano da Desiderio
D’Annunzio affittò, sempre a Settignano, La Capponcina, da lui ribattezzata Settignano da Desiderio. Puro gioiello dello stile toscano del XV secolo, collegata da un sentiero alla Porziuncola, la villa della Duse, era ammantata di edera e circondata da lauri, cipressi e ulivi. Il proprietario, marchese Giacinto Viviani della Robbia, pretendeva un affitto di mille lire l’anno, cioè un prezzo assai elevato. Il poeta gliene offrì 1500 per averla vuota. Ai mobili e alle "cose superflue" avrebbe provveduto la Duse. Venne arredata con broccati rari, mobili Rinascimento, ferri forgiati, spade, granelli d’incenso, soprammobili preziosi ovunque. Dappertutto iscrizioni in latino. In salotto divani profondi e copie degli schiavi di Michelangelo, nella sala da pranzo un pianoforte e una tavola da refettorio monastico. Non si usava tovaglia, ma dopo il dessert agli ospiti veniva offerto uno sciaquadita in argento con "acqua di Nunzia", essenza ideata dal padrone di casa che cercò anche, invano, di commercializzarla. La camera da letto, detta Camera del Fuoco, era foderata di tappezzerie rosso fiammante. Ai piedi del letto una riproduzione in bronzo dell’Auriga di Delfi. Nello studio angeli di legno dorati, raccolte di canti liturgici e leggii, perché il poeta amava lavorare in piedi. L’abbeveratoio del canile (appassionato di levrieri, quando scoppiò la guerra temeva che potessero non ricevere abbastanza carne) era un’acquasantiera.