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 1997  luglio 09 Mercoledì calendario

Paolina Borghese visitava Roma su di un carrozza dorata con appollaiato sul sedile posteriore un negretto vestito alla turca

Paolina Borghese visitava Roma su di un carrozza dorata con appollaiato sul sedile posteriore un negretto vestito alla turca. I romani ne erano estasiati, così come rimanevano ammirati dalle sue apparizioni nei salotti aristocratici. A Palazzo Borghese, in fondo al salone d’onore, era il suo trono: tutto raso, merletto ed organza, qui seduta con un ventaglio in mano come uno scettro riceveva gli omaggi dell’aristocrazia romana. Appena le era possibile fuggiva dalle raffinatezze del palazzo e visitava in incognito i vicoli più malfamati della città. In incognito, accompagnata da una delle sue donne, si perdeva nelle viuzze dove trovava gli odori e le atmosfere della sua Ajaccio. Sostava davanti ai banchi del pesce fritto, delle melanzane o delle castagne cotte. Si divertiva davanti alle insegne dei cappellai con le rosse berrette cardinalizie, oppure davanti quelle dei barbieri che annunciavano ”qui si castrano i cantori delle cappelle papali” e fra i banchi del mercato delle verdure di Piazza Navona dove ascoltava le grida dei venditori. In breve annoiata e immalinconita anche da queste avventure cercò nuovi trastulli per non rimpiangere troppo la vita parigina. Nella galleria del palazzo, fra i marmi classici ebbe l’idea di farsi ritrarre come divinità, e di assegnare il compito al Canova. L’artista pensò di ritrarla come Diana, dea della castità, ma la cliente preferì Venere. Inizialmente l’artista avrebbe dovuto ritrarre solo la testa della principessa Borghese, ma di fronte alla sua bellezza l’artista infiammato volle ritrarne l’intero corpo. Gli aristocratici romani, in visita alla galleria, rimanevano rapiti ed estasiati dall’opera, ancor più quando sapevano trattarsi di un ”ritratto di famiglia”. Ipocritamente stupiti chiedevano se non fossero sconvenienti quelle nudità. Paolina invece amava contemplarsi ed esporre le proprie forme all’ammirazione del suo entourage. Quando le chiedevano se posare davanti allo scultore in così ridotto abbigliamento non l’avesse infastidita, rispondeva: «No, la stanza era ben riscaldata», oppure replicava: «Ogni velo può cadere dinanzi al Canova». Il suo imbelle marito, il principe Camillo Borghese, esasperato da quel marmo, divenuto argomento preferito di conversazione della società romana decise di vietarne l’esposizione, ma l’indignazione del del pubblico lo costrinsero a desistere. Nell’aristocrazia romana vigeva il massimo dell’indulgenza in fatto di relazioni extraconiugali, sia per quelle di lunga durata che per le brevi avventure. Paolina, a cusa dello stretto controllo del marito non si potè permettere un amante e nemmeno uno di quei ”cicisbei”, pienamente accettati anche nelle famiglie come un marito supplementare, così in voga fra le signore dell’aristocrazia romana. Ma qualche avventura, ai primi dell’Ottocento l’ebbe. Il marito, saputolo, fece arrivare le sue lagnanze fino a Parigi, alle orecchie di Napoleone in persona. Questi allo stupefatto cognato consigliò di «mostrare maggior deferenza verso le abitudini di una parigina, tenendo conto della libertà alla quale le giovani donne sono abituate nel nostro paese». Alla sorella però consigliò con severità di non offendere le abitudini della società romana, ricordandole che non avrebbe avuto, in caso contrario, nessun aiuto da parte sua, e che non l’avrebbe nemmeno ricevuta a Parigi se non in compagnia del amrito legittimo, precludendole addirittura il ritorno in Francia.