Lietta Tornabuoni, La Stampa, 12/09/1998; Cristiana Patern, líUnit 12/09/1998; Giuseppina Manin, Corriere della Sera, 12/09/1998; Irene Bignardi e Natalia Aspesi, la Repubblica, 12/09/1998;, 12 settembre 1998
Il regista serbo Emir Kusturica, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1994 con Underground, ha presentato a Venezia Gatto nero, gatto bianco, una storia di zingari
Il regista serbo Emir Kusturica, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1994 con Underground, ha presentato a Venezia Gatto nero, gatto bianco, una storia di zingari. Gli attacchi politici ad Underground, accusato nel pieno della guerra in Bosnia di essere filoserbo, gli avevano fatto decidere di abbandonare il cinema. Cosa l’ha convinto a ricominciare? «La noia». Ormai il quarantaquattrenne Kusturica vive a Parigi, ma perfino le scarpe (mocassini in simil-coccodrillo con la punta lunga) sono slavi. Nostalgia di Sarajevo? «No, con la mia città ho chiuso. La patria torna fuori solo nei sogni. Mio figlio sta a Belgrado, ho una casa nel Montenegro: quando torno vado altrove». Cosa pensa della guerra? «Da noi non finirà mai. un affare troppo ghiotto per tanta gente. E l’odio resta così fanatico che nulla potrà estinguerlo». Cosa è oggi la Jugoslavia? «Un concetto culturale». Esiste una lingua unica? «Se dicessi quello che penso verrei attaccato, posso dire che io parlo il serbo». Quando ha capito che il documentario che stava girando sugli zingari poteva diventare un film? «Durante le riprese di un matrimonio gitano, in un paese a 40 chilometri da Belgrado, è morto il nonno dello sposo e la famiglia, per non rinviare le nozze, ne ha nascosto il corpo per un paio di giorni. Mi è venuto in mente allora che, per conservarlo meglio, io lo avrei messo nel ghiaccio, ed è nata la storia». Perché i gitani? «Perché è il solo popolo che non cambia mai, che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare, i soli che mantengano intatta la loro storia, che vivano nel presente la loro memoria, che tutti tentano di distruggere e che pure sempre sopravvivono, che vivono nell’illegalità senza farsi corrompere, che attraversano la miseria e la ricchezza con la stessa allegra indifferenza. Sono l’ultimo popolo capace di vivere immerso nei colori e nell’eccesso del Kitsch». Per il film ha scelto tra 3.500 gitani «come faceva Fellini, quelli che avevano l’aspetto più sorprendente». Perché nel film si vede una catenina con un crocifisso pieno di droga? «Non è normale?». Tornerebbe a girare in America? «Sì, per i cieli stupendi, no per il rapporto militante con i soldi che hanno tutti». Che rapporto ha col denaro? «Un rapporto da zingaro, lo sperpero». Come giudica i suoi film? «Una via di mezzo fra l’estetica di Shakespeare e quella dei Fratelli Marx». Il regista più amato? «Fellini. Quando studiavo a Praga, per tre volte mi addormentai durante Amarcord, perché andare e venire in treno da Sarajevo era stancantissimo. Ma quando l’ho visto la prima volta, in Germania, l’ho rivisto per dieci volte di seguito».