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 1998  ottobre 06 Martedì calendario

Ansa BASEBALL Se venisse attuata la minaccia del presidente dell’Aic Sergio Campana di fermare il campionato di calcio "per almeno sei mesi" per protestare contro i metodi delle inchieste sul doping, lo sciopero dei calciatori sarebbe certamente il più lungo nella storia italiana ma non costituirebbe un record per lo sport internazionale

Ansa BASEBALL Se venisse attuata la minaccia del presidente dell’Aic Sergio Campana di fermare il campionato di calcio "per almeno sei mesi" per protestare contro i metodi delle inchieste sul doping, lo sciopero dei calciatori sarebbe certamente il più lungo nella storia italiana ma non costituirebbe un record per lo sport internazionale. Il primato spetta al baseball americano il cui campionato restò paralizzato per otto mesi, esattamente per 234 giorni, dall’11 agosto 1994 al 3 aprile 1995. Il duro scontro sindacale era cominciato quando i giocatori avevano avanzato richieste di libera contrattazione salariale di fronte ai proprietari delle squadre, secondo i quali era invece giunto il momento di imporre un tetto ai compensi, citando gli stipendi d’oro e la necessità di ridurre i costi. Lo sport più seguito in America rimase fermo per 234 giorni, causando l’annullamento della "World Series", le finali del campionato, per la prima volta in 90 anni. Lo stop del baseball costò anche molto caro in termini economici: l’industria dello sport, dello spettacolo e dei gadget perse oltre la metà di quei due miliardi di dollari che ogni anno si mettono in moto col campionato. Di fronte all’intransigenza dei giocatori, per i proprietari delle squadre la scelta fu tra la serrata e accettare di riaprire gli stadi, tornando poi a negoziare per discutere il contratto di lavoro. Decisero di far ripartire il campionato, probabilmente stimando di non avere le forze per una serrata. La soluzione arrivò anche sull’onda dell’ingiunzione di un tribunale federale: un giudice dette ragione ai giocatori imponendo ai proprietari il rispetto dei termini contrattuali denunciati da questi ultimi. Sulla decisione pesarono inoltre la preoccupazione per gli ingenti danni economici e le pressioni dell’amministrazione Clinton per un accordo.