Umberto Eco, "Tra menzogna e ironia", Bompiani 1998, 2 novembre 1998
«I bravi nominano don Rodrigo e ”questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in un confuso gli oggetti, e accresce il terrore”
«I bravi nominano don Rodrigo e ”questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in un confuso gli oggetti, e accresce il terrore”. Di fronte a questo potere del nome bisognerebbe dire che, di tutti i flatus vocis di cui non ci possiamo fidare, i nomi propri, per la loro natura indicale, assumono uno statuto particolare che li rende affini ai sintomi, ai segni visivi... Certo il romanziere deve dare fiducia ai nomi propri, per identificare senza ambiguità i propri personaggi. Ora pare che quando abbia bisogno di etichette indispensabili, come per Renzo, Lucia, Agnese, Tonio, o donna Prassede, Manzoni faccia la scelte più neutrali possibili, pescando tra calendario e scritture, giocando al massimo di qualche tipizzazione molto catecresizzata. Per gli indispensabili personaggi storici di sfondo, usa i nomi che la storiografia lo obbliga a usare (Federigo, Ambrogio Spinola, Ferrer), ma per tutto il resto pone la massima attenzione nell’usar quanti meno antroponimi e toponimi egli possa, con il grande spreco di stellette che tutti sappiamo, e antonomasie piatte come ”la signora”, sino ad arrivare a quel capolavoro di reticenza che è l’’innominato”, scritto persino con la lettera minuscola». I nomi propri: segni imbarazzanti, parole non attendibili. Il caso di Azzeccagarbugli, definito in partenza dal proprio soprannome.