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 1998  dicembre 05 Sabato calendario

Tassi. Le Banche centrali degli 11 paesi euro hanno abbassato i tassi di sconto sul denaro al 3%, (nella maggioranza dei paesi i tassi guida erano intorno al 3

Tassi. Le Banche centrali degli 11 paesi euro hanno abbassato i tassi di sconto sul denaro al 3%, (nella maggioranza dei paesi i tassi guida erano intorno al 3.3%). L’Italia, che partiva da un tasso del 4%, si è fermata al 3.5%. Tommaso Padoa Schioppa, consigliere della Bce ha garantito un ulteriore riduzione verso il 3% «è solo questione di giorni». Il 3% è il tasso con il quale si presenterà l’Euro alla partenza del 1° gennaio 1999 (’Il Sole-24 Ore”, 4/12/98). «La riduzione dei tassi è un atto d’addio dei governi nazionali, sul punto di passare il testimone alla nascente Banca Centrale Europea... Dietro la generosità dei governatori non c’è la ricerca di una popolarità di cui non hanno bisogno, ma un’inflazione più bassa delle previsioni, così bassa da far temere un collasso produttivo come quello giapponese (Mario Deaglio,”La Stampa” 4/12/98). «Il denaro in Europa costa meno. Ma basterà questo per dare una spinta agli investimenti e all’occupazione?...Il sistema delle banche centrali europee ha compreso di non doversi trincerare su posizioni rigide e ha risposto ai pressanti messaggi dei governi, scrollandosi di dosso la poco velata accusa di contribuire a tenere elevata la disoccupazione» (Paolo Savona, ”Corriere della Sera” 4/12/98). «Qualche peso deve averlo poi avuto la pressione dei governi di sinistra, pìù preoccupati dei loro predecessori per la disoccupazione. Di per sé, il ribasso dei tassi serve poco a curarla, ma riduce il carico degli interessi sul debito pubblico, lasciando ai governi mani più libere, a parità di altre condizioni, nell’aumentare la spesa o nel ridurre le imposte» (Mario Deaglio,”La Stampa” 4/12/98). «La Superbanca dell’Euro sa di doversi guadagnare una legittimazione non solo verso i mercati finanziari mondiali, ma anche verso le opinioni pubbliche assetate di una crescita economica che non c’è» (Federico Rampini ”la Repubblica” 4/12/98). «Con la crisi russa e asiatica chissà dove sarebbero oggi i tassi italiani e la lira senza lo scudo dell’euro» (Benito Benedini a Daniele Manca, ”Corriere della Sera” 4/12/98). L’abbassamento dello 0.3% (quasi obbligato dalla scomparsa dell’inflazione e dalla stagnazione dello sviluppo) è un segnale flebile. Anche un’ ulteriore riduzione verso il 2% non riuscirebbe a produrre effetti di stimolo alla crescita, come è avvenuto negli Usa, perché gli investimenti privati sono disincentivati dagli alti carichi fiscali e dalla rigidità del mercato del lavoro. L’unico effetto sarebbe di forzare il capitale a uscire dall’euro in quanto la remunerazione dei titoli e delle operazioni finanziarie sarebbe irrisoria (Carlo Pelanda su ”il Giornale” del 5/12/98). *** L’euforia per il calo dei tassi mette in secondo piano i contrasti sulla politica fiscale, materia di sovranità nazionale ben più scottante della moneta. Origine e causa di tutte le grandi rivoluzioni che hanno dato vita alla forma moderna dello stato-nazione. L’armonizzazione fiscale, cioè la definizione di regole di comportamento comuni nella fissazione delle aliquote sull’Iva sui consumi, della tassazione sui risparmi, sui capitali e sulle imprese, magari, più avanti, anche quello sui redditi, significa la fine della sovranità nazionale. Blair ha già fatto sapere che su questa materia è pronto a mettere il veto. La Fontaine, ministro delle finanze tedesco e vera guida della Germania del dopo Kohl è diventato il politico più impopolare d’Europa: la stampa di Londra, soffiando sull’orgoglio nazionale, si chiede perché i capitali che affluiscono alla City debbano finanziare i quattro milioni di disoccupati tedeschi, prendendosi sulle spalle quel carico fiscale che oggi rende il costo del lavoro in Germania superiore del 70% rispetto a quello inglese. Il governo di Jospin è schierato con Bonn, l’Italia sta tentando di mediare ma alla fine starà con la Francia, Spagna, Irlanda e Danimarca sono con Londra.La sinistra inglese che ha appreso la lezione della Thatcher (bassa tassazione sulle imprese per eccitare sviluppo e occupazione, competizione fiscale, flessibiltà, politica di laissez faire verso i mercati) si è dimostrata più efficace dell’economia sociale di mercato tedesca (che non ha mai dimenticatola Keynes) nel fronteggiare i flutti della globalizzazione (Antonio Polito, ”la Repubblica”, 5/12/98).