3 dicembre 1998
Licenziamenti. La Boeing, più grande casa costruttrice di aerei nel mondo, entro la fine dell’anno prossimo metterà in libertà 48 mila dipendenti, il 20% della forza lavoro aziendale
Licenziamenti. La Boeing, più grande casa costruttrice di aerei nel mondo, entro la fine dell’anno prossimo metterà in libertà 48 mila dipendenti, il 20% della forza lavoro aziendale. 20.000 licenziamenti erano già stati comunicati al momento della fusione con la McDonnel-Douglas, gli altri 28.000 sono dovuti alla concorrenza del consorzio aeronautico europeo ”Airbus” e alla crisi dei mercati asiatici che ha provocato un netto calo del traffico aereo. Le catene di montaggio lavoreranno per un paio d’anni a ritmo ridotto, nel 1997 si costruivano 5 Jumbo al mese, dopo le riduzioni dallo stabilimento di Seattle ne uscirà uno. Il fatturato dell’anno prossimo passerà da 56 a 50 miliardi di dollari, la produzione di aerei civili da 546 a 490 l’anno; gli ananlisti pensano che la Boeing continuerà a mantenersi in attivo solo grazie alle commesse militari del Pentagono. «Quel che a qualcuno non sembra normale è che la società non ha aspettato di essere alla canna del gas per mandare a casa un dipendente su cinque; ha agito prima in modo da poter mantenere la redittività che i suoi azionisti richiedono... in America i clamorosi licenziamenti sono meno numerosi delle silenziose assunzioni (Fabrizio Galimberti, ”Il Sole-24Ore” 4/12/98) Anche la Johnson&Johnson ha varato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di 5.800 persone (4.3% della forza lavoro complessiva) per un risparmio di 800 miloni di dollari (Ennio Caretto, ”Corriere della Sera” 3/12/98; Edoardo Borriello, ”la Repubblica” 3/12/98; ”Il Sole-24Ore” 4/12/98) Tra il 1997 e il 1998 si sono fatte le dieci più grandi fusioni tra compagnie di tutti i tempi. Hanno riguardato quasi tutti i comparti economici: petrolifero (Exxon eMobil, Petrofina eTotal, farmaceutico (Hoechst e Rhône-Poulenc), informatico (Digital e Compaq), ingegneristico (Viag e Alusuisse), finanziario (Deutsche Bank e Bankers Trust). Motivi delle fusioni: la spinta alla riduzione dei costi, la ricerca di posizioni dominanti in materia teconologica. Negli ultimi due anni i fattori che hanno reso praticabili fusioni e acquisizioni tra società sono stati: la buona salute dei mercati azionari che permette di concludere le iniziative con scambi di azioni, l’intenso sviluppo dell’informatica e delle telecomunicazioni, che aumentano enormemente le capacità di monitoraggio e controllo di attività frammentate e lontane (Alessandro Platerotti,”Il Sole-24Ore” 3/12/98). Non sempre le fusioni tra aziende raggiungono l’obiettivo di dare maggiore efficienza al nuovo soggetto che unifica le due realtà realtà. La diversa ”cultura industriale” che ogni managment si porta con sé si traduce spesso nella mancanza di strategie chiare per il futuro, nel rallentamento dei tempi tecnici per il nuovo assetto. Il risultato è un valore azionario del titolo dopo la fusione più basso di quello precedente il matrimonio. A 460 manager di grandi aziende internazionali che si sono fuse a cui era stato chiesto la loro parere sull’operazione solo il 30% ha risposto definisce un successo l’operazione (Giancarlo Radice, ”Corriere della Sera” 3/12/98). Dalla fusione della Esso (Texas) con la Mobil (Virginia) e quello della francese Total con la belga Petrolfina nascono due nuovi soggetti che occupernanno il primo e sesto posto nella classifica mondiale dei più grandi gruppi petroliferi del mondo. La nuova compagnia Exxon-Mobil conta di risparmiare nell’operazione 2.8 miliardi di dollari, gli esuberi di forza lavoro dovrebbero essere almeno 20.000. Il settore petrolifero soffre per i prezzi troppo bassi del greggio e le grandi fusioni sono dettate da una logica prettamente difensiva. La recente crisi di sovrabbondanza del mercato petrolifero è legata all’incapacità dell’Opec di promuovere nuovi tagli alla produzione alla luce del calo della domanda asiatica e del rallentamento dell’economia globale (Stefano Carrer, ”Il Sole-24 Ore” 3/12/98; ”il giornale” 2/12/98) «Quello delle fusioni è un fenomeno ciclico: è successo negli anni Venti, poi tra il 1968 e il 1973 e alla fine degli anni Ottanta. L’atttuale ondata è la quarta del secolo. A generarla in alcune industrie, come quella petrolifera, i servizi bancari e finanziari, le telecomunicazioni e l’auto, è princialmente l’eccesso di produzione. L’industria petrolifera è stato il primo obiettivo a causa della rapida caduta del prezzo del barile: dai 23 dollari dell’ottobre ’97 agli attuli 11. Colpa principalmente della crisi asiatica che ha drasticamente ridotto la domanda, ma anche dell’aumento di produzione da parte di alcuni paesi emergenti. Conseguenza naturale: la necessità di tagliare i costi e realizzare economie di scala...le raffinerie attuali sono 10 volte più grtandi diu quelle delgli anni Settanta » (Pino Buongiorno, ”Panorama”17/12/98) «Lo stesso problema della sovrapproduzione si pone per l’industria automobilistica tant’è vero che ben difficilmente la fusione tra Daimler-Benz e Chrysler sarà l’ultima. Le previsioni degli analisti rivelano che alla fine del periodo di ristrutturazione ci saranno al mondo solo cinque o sei grandi gruppi. La stessa Fiat è alla ricerca di uno o più alleati »(Pino Buongiorno, ”Panorama”17/12/98). «Anche il settore farmaceutico deve affrontare costi per la ricerca e lo sviluppo sempre più stratosferici: oggi per lanciare un nuovo prodotto occorrono almeno 400 milioni di dollari... «”Le fusioni non producono nuova ricchezza, non servono a costruire nuove fabbriche, non creano nuovi prodotti. Rappresentano solo un riallineamento dei patrimoni esistenti, vale a dire i pacchetti azionari di Wall Street. Si potrebbe definire un riallineamento delle poltrone sul ponte di comando del Titanic”» (Walter Adams, ex presidente della Michigan’s State University a Pino Buongiorno, ”Panorama” 17/12/98).