Gabriele Beccaria, La Stampa 01/02/2000, 1 febbraio 2000
Alison Gopnik, Andrew Meltzoff e Patricia Kuhl, psicologi dell’università della California, nel saggio How Babies Think: The Science of Childhood (Come pensano i bambini, la scienza dell’infanzia), sostengono che i bambini da 0 a 3 anni sono intelligentissimi, addirittura scienziati in erba e che per sviluppare le loro capacità naturali hanno bisogno del contatto continuo, apparentemente bananle e ripetitivo, con i genitori
Alison Gopnik, Andrew Meltzoff e Patricia Kuhl, psicologi dell’università della California, nel saggio How Babies Think: The Science of Childhood (Come pensano i bambini, la scienza dell’infanzia), sostengono che i bambini da 0 a 3 anni sono intelligentissimi, addirittura scienziati in erba e che per sviluppare le loro capacità naturali hanno bisogno del contatto continuo, apparentemente bananle e ripetitivo, con i genitori. Secondo i loro test gli adulti sono stati «programmati» per insegnare inconsciamente tutto ciò di cui i bambini hanno bisogno («le quotidiane attenzioni per allevare i figli sono l’occupazione più importante al mondo»). I piccoli a loro volta trattano gli adulti come «cavie da laboratorio»: li studiano e li spiano in continuazione e imparano alla velocità di un computer. Gopnik: «Utilizzano le stesse strategie degli scienziati. Riflettono, formulano teorie, elaborano previsioni, fanno esperimenti. E sono in grado di cambiare le loro ipotesi tutte le volte che si rendono conto che la realtà è diversa dalle loro aspettative [...] Capire gli altri esseri umani sembra essere una delle questioni fondamentali di quella che è ”l’agenda scientifica” dell’infanzia».