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 2000  aprile 25 Martedì calendario

Case chiuse in Kosovo La tratta di donne, uno dei traffici criminali più diffusi in Est Europa, ha attecchito in Kosovo

Case chiuse in Kosovo La tratta di donne, uno dei traffici criminali più diffusi in Est Europa, ha attecchito in Kosovo. Centinaia di ragazze, per lo più ucraine e moldave, attirate con il miraggio di un lavoro o al limite di un meretricio ben pagato, si ritrovano senza documenti, schiavizzate da albanesi in bordelli di Pristina, Prizren e altri centri della regione oggi sotto controllo dello Kfor, la forza di pace internazionale. In mancanza di un adeguato codice penale locale e di un mandato Onu preciso, ogni contingente ha agito per contro suo. I tedeschi, per esempio, hanno chiuso un occhio. I carabinieri invece, a gennaio, hanno chiuso l’International Club di Pristina, un bar nudo e spoglio, traendo in salvo una dozzina di donne, che non chiedevano altro. La loro azione è stata criticata perché compiuta senza consultare i vertici Kfor ma ha sollevato il velo di omertà e portato alla creazione di una ”casa sicura” ove dare rifugio alle ragazze. Prima dell’operazione italiana, ce n’era stata una da parte dei francesi, nell’ottobre scorso, che aveva portato alla liberazione di due ucraine e due serbe (una minorenne) da un bordello di Kosovska Mitrovica. Le serbe sono tornate a casa ma le ucraine non avevano documenti e dopo un paio di settimane nella base francese, per porre fine a una situazione di convivenza ambigua, sono state accompagnate al confine tra Kosovo e Serbia e abbandonate al loro destino. In novembre e dicembre, altri blitz: al Totos e al Miami Beach Club di Pristina. Le ragazze, spesso costrette e rapporti senza preservativo, hanno contratto in alcuni casi malattie veneree e si pone il problema della loro cura. Inoltre, è possibile trarne in salvo altre ma non c’è più posto alla ”casa sicura” e non si sa dove alloggiarle. Secondo un testimone che ha avuto accesso alla ”casa sicura”, le ragazze, tutte molto attraenti, dicono che tra i clienti non mancano, oltre ai kosovari, stranieri che lavorano per associazioni no-profit e soldati Kfor. Di fronte all’azione di repressione, i magnaccia stanno spostando il business dai locali pubblici (facilmente identificabili) ad appartamenti privati.