Stefano Malatesta, "Il Cane che andava per mare (e altri eccentrici siciliani)", Neri Pozza, 18 maggio 2000
Reclusi. Il barone Giuseppe Di Stefano viveva da quasi cinquant’anni all’Hotel des Palmes, l’albergo di Palermo, suite 204, tre camere e bagno all’ultimo piano, trasformato in serra
Reclusi. Il barone Giuseppe Di Stefano viveva da quasi cinquant’anni all’Hotel des Palmes, l’albergo di Palermo, suite 204, tre camere e bagno all’ultimo piano, trasformato in serra. Su di lui, almeno tre leggende. Una ufficiale, secondo cui da giovane aveva ucciso a calci un ragazzetto sorpreso a rubare qualche frutto nella sua proprietà. Condannato a morte dalla mafia per l’omicidio, aveva ottenuto di essere soltanto segregato a vita, in un luogo da lui indicato, l’Hotel des Palmes, da cui non si era più mosso. La seconda leggenda, maliziosa, lo dipingeva come un poveretto senza un soldo, assunto dalla direzione per recitare la parte dell’eccentrico e aumentare il lustro dell’albergo. Terza leggenda: il barone, unico erede di una famiglia ricchissima, era un eccentrico dandy dannunziano. La storia dell’omicidio era messa in giro e alimentata, indirettamente, da lui. Viaggiava spesso, amava l’opera. Non andava a teatro: faceva venire i cantanti in albergo. Il cibo aveva per lui un’importanza fondamentale. Decideva lui stesso il menu, che segnava su un libro rilegato in pelle. Iniziava a pranzare all’una, con patate bollite, olio e prezzemolo. Finiva alle tre, accendendosi un avana con un foglio di carta da zucchero acceso a sua volta con un fiammifero di legno. Gli amori di Di Stefano erano molto passionali. Quando giungevano al loro culmine, lui troncava, perché non avrebbe sopportato la successiva, inevitabile e malinconica fase di stanca. Morì nel 1988. Sconosciuta la verità sul suo conto.