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 2000  maggio 24 Mercoledì calendario

Secondo uno studio della Food and Drug Administration, due protesi al silicone su tre si rompono, facendo fuoriscire nel corpo l’invisibile gel anche quando la donna non ha alcun disturbo che le consenta di accorgersene

Secondo uno studio della Food and Drug Administration, due protesi al silicone su tre si rompono, facendo fuoriscire nel corpo l’invisibile gel anche quando la donna non ha alcun disturbo che le consenta di accorgersene. Monitorando 344 donne con un sofisticato sistema di risonanza magnetica, è risultato che il 67 per cento delle protesi aveva almeno una crepa, mentre nel 21 per cento dei casi il silicone era addirittura fuoriuscito dalla capsula mammaria. Le protesi più recenti si sono rivelate le più vulnerabili, con un tasso di rottura del 79 per cento per quelle con undici-quindici anni di vita, contro il 67 per cento di quelle inserite da 26 anni o più (il vecchio silicone, più spesso e resistente, è stato reso sempre più morbido per dare ai seni un aspetto più naturale). L’Fda avverte che il problema del silicone che vaga per il corpo non si può ignorare, perché ”nessuno conosce le conseguenze a lungo termine”. Il silicone, usato in America solo per la plastica ricostruttiva e vietato per l’estetica, è invece giudicato in Italia, a tuttoggi, il materiale più innocuo e sicuro: ”In passato si è provato di tutto, con risultati deleteri: dalla protesi all’acqua e sale ancora usata negli Usa, a quella all’olio di soia: la prima produce un imbarazzante rumore di onde, la seconda col passare del tempo emana un terribile odore di rancido. Oggi si tende a utilizzare l’idrogel, una soluzione simile all’acqua e zucchero” (Cristiano Domici, titolare della Cattedra di chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Ospedale di Perugia).