David Grossman, la Repubblica, 30/07/96, 30 luglio 1996
Le Olimpiadi hanno mostrato agli americani il volto possibile degli anni a venire, dove l’incombere del terrorismo obbligherà ciascuno a essere ostaggio dell’altro e tutti a restare prigionieri nella rete dei controlli di sicurezza, le file negli aeroporti, i blocchi stradali improvvisi, il panico se su un autobus qualcuno dimentica una borsa, le intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, gli arresti
Le Olimpiadi hanno mostrato agli americani il volto possibile degli anni a venire, dove l’incombere del terrorismo obbligherà ciascuno a essere ostaggio dell’altro e tutti a restare prigionieri nella rete dei controlli di sicurezza, le file negli aeroporti, i blocchi stradali improvvisi, il panico se su un autobus qualcuno dimentica una borsa, le intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, gli arresti. E quella sensibilità acuta per un pericolo ignoto. A Gerusalemme, dove è così da sempre, il caso di una donna che, senza una ragione apparente, ma solo per via di una faccia intravista tra i passeggeri, scese a un tratto dall’autobus e vide, stando in piedi sul marciapiede, che l’autobus un attimo dopo saltava per aria. Istruttivo anche il caso di quei genitori a cui la polizia spiegò che i figli dovevano andare a scuola su due pullman diversi: e chi sceglierà - si dissero fissandosi negli occhi - quale salirà sul primo e quale sul secondo? Gli strateghi israeliani dell’antiterrorismo spiegheranno adesso di sicuro agli americani che con le organizzazioni terroristiche non bisogna mai trattare, però «oggi nei momenti di furia e paura bisognerebbe anche ricordare che a volte il terrorismo è un grido, un segnale magari distorto, forse persino la ricerca di un dialogo». [61]