Francesco Merlo, Corriere della Sera, 05/12/1996, 5 dicembre 1996
Quando, in piena Tangentopoli, arrestarono suo fratello Fausto, accadde pure che sulla collinetta del Gianicolo, quella che a Roma viene usata per inviare gridatissimi messaggi al vicino carcere, un socialista romano, malinconicamente spiritoso, si mise a urlare: «A’ Del Turco resisti, lo sappiamo che sei innocente, il vero ladro è tu’ fratello”
Quando, in piena Tangentopoli, arrestarono suo fratello Fausto, accadde pure che sulla collinetta del Gianicolo, quella che a Roma viene usata per inviare gridatissimi messaggi al vicino carcere, un socialista romano, malinconicamente spiritoso, si mise a urlare: «A’ Del Turco resisti, lo sappiamo che sei innocente, il vero ladro è tu’ fratello”. Ma l’onestà di Ottaviano Del Turco è davvero a prova di Gianicolo, al punto che è lui stesso a raccontare questa storia, un po’ per ridere e un po’ per malinconia perché lui, rifacendosi ai classici, trova che la malinconia sia «la felicità d’essere tristi». E forse è proprio questo - l’uso della malinconia come allegrezza - il primo legame fra il presidente e i suoi due vice, il possibile linguaggio comune dentro un uff icio di presidenza fuori dal comune, il più bizzarro nella storia del Parlamento italiano. Apparentemente è addirittura una Babele a tre, una riedizione a livello istituzionale dell’incomunicabilità di Antonioni.