Filippo Ceccarelli, La Stampa, 05/12/1996, 5 dicembre 1996
E sì: arrivati a metà libro, intontiti dalla riforma delle autonomie, il destino della Mammì e la telefonata dalla macchina di Shevardnadze, la tentazione è quasi irresistibile
E sì: arrivati a metà libro, intontiti dalla riforma delle autonomie, il destino della Mammì e la telefonata dalla macchina di Shevardnadze, la tentazione è quasi irresistibile. Perché non avrà dato il bacetto a Riina, né sarà il capo della mafia, ma come scrittore Giulio Andreotti resta il caro, vecchio e in fondo anche simpatico sòla che ci si poteva ricordare. In fondo l’intraducibile espressione neoromanesca - sòla richiama infatti una mirabile ribalderia prossima al raggiro di strada - starebbe già nel titolo: De Prima Re Publica (Rizzoli, 490 pagine, 36 mila lire). Ora, se c’è un uomo politico che ha sempre - e giustamente - fatto notare l’improprietà di Prima e Seconda Repubblica, è proprio Andreotti. Il che, magari per coerenza, gli avrebbe dovuto sconsigliare la classificazione dei suoi ricordi sotto il segno, appunto, della Prima Repubblica. Ma tant’è: fosse questo il frutto della leggendaria furbizia andreottiana (e un po’ anche rizzoliana). Nulla di drammatico, certo, ma lo scherzetto giocato ad acquirenti e lettori natalizi - da sempre il marketing prevede l’uscita di un libro senatoriale all’inizio di dicembre - è piuttosto sottile e per certi versi perfino temerario, nel suo progressivo dispiegamento. Ad avvertire i primi sospetti si arriva ben oltre la fluttuante presentazione (con ormai tradizionale autocritica su Pasolini).