Filippo Ceccarelli, La Stampa, 05/12/1996, 5 dicembre 1996
Al di là del grazioso e astuto auto-plagio, per la parte diciamo ”nuova”, De Prima Re Publica conferma e perfeziona i più sperimentati canoni letterari andreottiani
Al di là del grazioso e astuto auto-plagio, per la parte diciamo ”nuova”, De Prima Re Publica conferma e perfeziona i più sperimentati canoni letterari andreottiani. Così, con l’abituale capacità, l’autore riesce a triturare, sminuzzare, placandoli talvolta con premeditata narcosi, i pur drammatici avvenimenti dal 1991 a oggi. L’andatura, necessariamente, riflette la varietà della prosa entro cui confluiscono, a mo’ di patchwork, riflessioni sagge e pezzi di documento, battute riuscite e piccoli frammenti di coccodrilli (Guido Carli), fulminee spiritosaggini (gli «abiti in technicolor» di Speroni) e allusioni iniziatiche (la «scelta felice» di Fazio alla Banca d’Italia, per dire, «anche se difficile, perché le candidature valide erano più di una»), eufemismi (definisce «specifiche malignazioni» quelle sui franchi tiratori andreottiani per il Quirinale) e ripetuta aneddotica pertiniana. Andreotti, in ogni caso, nega l’esistenza del Caf, sorvola abbastanza sulle picconate, appare pungente sulla «febbre di novismo» e sul «flusso giustizionalista». Un po’ a sorpresa, francamente, scrive quasi con affetto di Pannella («Marco è un romantico»). Molto alla lontana, allude all’amore romanzesco tra Jumblatt e Carmen Llera. Non si diffonde sul ritrovamento delle carte di Moro. In compenso, ha una sua teoria sulla sparizione di tante carte dagli archivi dei Paesi dell’Est (chi ne è entrato in possesso, considerandole «sia mezzo assicurativo sia fonte di reddito per la vecchiaia»). E quindi mostra di credere all’incontro di manager italiani sul panfilo inglese ”Britannia”, «dove si erogavano idee: specie l’idea di grandi privatizzazioni».