Massimo Fini, Sette, 28/11/1996., 28 novembre 1996
Ma, forse, il libro che più aiuta a capire Costanzo è il suo, Dietro l’angolo. E dalle cui pagine emerge quella che è la nota più saliente e nello stesso tempo indefinibile del personaggio: l’ambiguità, la contraddittorietà, l’imprendibilità
Ma, forse, il libro che più aiuta a capire Costanzo è il suo, Dietro l’angolo. E dalle cui pagine emerge quella che è la nota più saliente e nello stesso tempo indefinibile del personaggio: l’ambiguità, la contraddittorietà, l’imprendibilità. Non per nulla intervistare Costanzo, intervistatore consumato, è una fatica improba: scivola come una saponetta, sfugge come un’anguilla, si rintana come un polpo. E le poche volte che mette fuori la testa ti avvolge in una simpatica e disarmante paraculaggine. Non che l’uomo, a differenza per esempio di Baudo, non esista o coincida con la sua apparenza. Semplicemente si nasconde. Per paura. Una volta gli dissi che lo consideravo «un po’ vile». Non si arrabbiò (lui stesso dice: «Non sono capace dello scontro frontale», replicò solo: «Preferirei che dicessi fragile». E comunque da questa intima insicurezza, coniugata con ansie molto profonde, che derivano molti suoi atteggiamenti: dal presenzialismo ossessivo a certi modi di fare un po’ mafiosetti. Difende il suo, peraltro meritato, successo e soprattutto la propria presenza in Tv. Perché solo la Tv gli dà la certezza di sentirsi vivo.