Gabriele Romagnoli, La Stampa 22/11/1996., 22 novembre 1996
Bisogna immaginarsi la scena: tre signore torinesi sotto i loro caschi, un’altra che si fa cotonare, tutte con lo sguardo a una rivista, Valentina Cosimo tra di loro, con il suo metro e ottanta più i tacchi, i lineamenti forti, gli abiti sgargianti; la porta che si apre, un bel ragazzo di venticinque anni che appare con un mazzo di fiori in mano e a chi li porta? «A Valentina, lei era così contenta, amava le sorprese
Bisogna immaginarsi la scena: tre signore torinesi sotto i loro caschi, un’altra che si fa cotonare, tutte con lo sguardo a una rivista, Valentina Cosimo tra di loro, con il suo metro e ottanta più i tacchi, i lineamenti forti, gli abiti sgargianti; la porta che si apre, un bel ragazzo di venticinque anni che appare con un mazzo di fiori in mano e a chi li porta? «A Valentina, lei era così contenta, amava le sorprese. Quella sera, per festeggiare, non andò a lavorare. Andammo in gelateria ma scesi io solo a prendere il gelato e glielo portai in macchina, perché lei qualche volta era così, aveva pudore di farsi vedere, altre volte, invece, le piaceva fare la diva. Per me era una festa, quando non lavorava, cercavo di non farla andare in strada, almeno la domenica. Le altre sere, uscivamo insieme, lei mi lasciava in una birreria, andava al suo posto e mi ripassava a prendere alle quattro del mattino. Non le chiedevo mai cosa aveva fatto. Accettavo. L’unica cosa che mi dava fastidio era...» Cosa? «Che portasse i clienti in casa, nella stessa camera dove poi dormivamo insieme, sulle stesse lenzuola. Le chiedevo di non farlo, ma lei diceva che così guadagnava di più, quelli pagavano volentieri per sentirsi più sicuri, entrare nella sua intimità e io li immaginavo, in quella camera».