Romeo Bassoli, L’Unità 11/12/1996, 11 dicembre 1996
«Abbiamo evitato nel modo più assoluto di trasformare gli insetti in finti uomini. Di antropizzarli, attribuendo loro sentimenti, vicende, dinamiche umane
«Abbiamo evitato nel modo più assoluto di trasformare gli insetti in finti uomini. Di antropizzarli, attribuendo loro sentimenti, vicende, dinamiche umane. D’altra parte, sappiamo che la logica ”normale” dei film su di loro li trasforma in alieni, in extraterrestri, in qualcosa, insomma, da cui l’uomo è radicalmente diverso, lontano. Abbiamo rifiutato tutto questo. Noi volevamo fare un film per osservarli, per descriverli, ma non solo un film scientifico. Volevamo esprimere anche un punto di vista artistico, poetico. Volevamo mostrare la valenza mitologica, persino onirica di questo micromondo. Cosi abbiamo proposto allo spettatore un universo strano, con personaggi che, così, ci sono stranieri. Ma abbiamo costruito un percorso che permette, mano a mano che il film avanza, di trovarsi sempre più in intimità con gli insetti. Con la loro natura e i loro gesti reali: il nascere, il vivere, l’amare, il morire, il fare la toilette, il risolvere i piccoli o enormi problemi che la loro vita, dura per i nostri parametri, pone loro davanti. E, assieme, abbiamo mostrato i loro suoni, ma anche i nostri, le musiche, e i nostri pensieri. Insomma, volevamo fare un vero film, con storie e sentimenti, sorretto da un umorismo che non invita mai alla risata, ma spinge alla complicità».