Renata Pisu, La Stampa, 19/12/1996., 19 dicembre 1996
A Pechino la scritta che sovrasta un massiccio edificio di mattoni circondato da filo spinato dice semplicemente: «Corte Suprema di Pechino
A Pechino la scritta che sovrasta un massiccio edificio di mattoni circondato da filo spinato dice semplicemente: «Corte Suprema di Pechino. Progetto 86». Tutti però sanno che dentro quelle mura c’è un ampio spiazzo con una leggera salita in cima alla quale si eseguono le condanne a morte. I ”morti che camminano” lì non hanno nemmeno la forza di camminare, per lo meno di affrontare quell’ultima salita: con le mani legate dietro la schiena vengono trascritti a forza, costretti a inginocchiarsi, fatti fuori con un colpo solo, sparato da una guardia carceraria, o da un plotone di esecuzione, perché ogni boia ha la sua vittima, non è prevista nessuna messinscena, nessun macabro ultimo rituale. Il giustiziato si affloscia con la faccia sulla nuda terra, lo raccolgono con delle pale, lo caricano su di un camion, lo portano al crematorio. In genere si usa mandare ai familiari il conto, poche centinaia di lire, il costo della pallottola. «Se non pagate non vi daremo le ceneri» dicono i secondini. Giustizia è fatta.