Federico Zeri, La Stampa, 19/12/1996, 19 dicembre 1996
La verità è che stiamo assistendo ad un fatto di allarmante gravità: ed è una sorta di selezione dei Beni Culturali, nella quale il territorio, abbandonato a se stesso, viene sacrificato privilegiando i grandi centri artistici
La verità è che stiamo assistendo ad un fatto di allarmante gravità: ed è una sorta di selezione dei Beni Culturali, nella quale il territorio, abbandonato a se stesso, viene sacrificato privilegiando i grandi centri artistici. L’origine di tale minaccia è la perversa assimilazione della cultura statunitense. Lo sfruttamento e la valorizzazione dei beni culturali, i giacimenti e il merchandising, la spinta verso mostre megagalattiche e al turismo, tutti temi che qui in Italia vengono ripetuti sino all’esasperazione, sono il riflesso, male assorbito, di ciò che è valido per il Metropolitan Museum di New York, per l’Art Institute di Chicago, per i musei di Boston, Washington, Los Angeles, e per tutte le istituzioni museali di un Paese, gli Stati Uniti, dove tali istituzioni sono gli innesti di una cultura aliena, come è quella europea rispetto a quella americana. I musei degli States (intendo quelli dedicati ai prodotti d’arte giunti d’oltre Atlantico) sono isole forzatamente inserite in un tessuto la cui autentica cultura è costituita da Hollywood, dal rock, dalle sempre nuove esperienze figuurative, dalle imprevedibili evoluzioni di un’architettura di stupefacente audacia; uscendo da un museo statunitense ci si rende conto di passare in un altro mondo, nel quale non esiste né un paesino, come Monterchi, con la Madonna del parto di Piero della Francesca, né Vicovaro con il suo tempietto, né le mille e mille cose straordinarie sparpagliate in tutto il territorio italiano.