Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1996  dicembre 02 Lunedì calendario

Di cosa parliamo? più facile e svelto dire di cosa non parliamo: né di finanza, né della sua vita privata

Di cosa parliamo? più facile e svelto dire di cosa non parliamo: né di finanza, né della sua vita privata. Di sua moglie io sapevo soltanto (perché era cosa nota a tutti) ch’era figlia del grande Beneduce e che sua sorella (lei la conoscevo benissimo) aveva sposato Remigio Paone, ch’era l’antitesi umana di Cuccia: napoletano estroverso, uomo di teatro e di spettacolo spesso crivellato di debiti (una volta scrissi che ne aveva per cinquecento milioni. Mi telefonò arrabbiatissimo: «Mi fai passare per un morto di fame: macché cinquecento! Settecentocinquanta sono!»). Cuccia, di sua moglie, non mi aveva mai fatto parola, come se non esistesse, né mai avrei immaginato che ne risentisse tanto il lutto. Cingano mi ha raccontato che negli ultimi tre mesi Cuccia, che non si era mai allontanato, nemmeno per un giorno, da Milano e da Mediobanca, era irreperibile: inchiodato al capezzale di lei in clinica. Con me Cuccia non parla che di cultura, e non è facile tenergli testa perché ha letto e legge moltissimo: quando lo faccia, non lo so. Ma fatto sta che non sbaglia un riferimento, specie in materia di memorialismo francese. E tanto è geloso della sua vita privata quanto è rispettoso di quella altrui. Io, della mia, non gli ho mai raccontato nulla perché sono sicuro che, se lo facessi, mi giudicherebbe male.