Gabriele Romagnoli, La Stampa, 31/12/1996, 31 dicembre 1996
Sperava anche altro, mentre si vestiva in fretta: di avere venti giorni di supplenza davanti a sé. Venti giorni a insegnare stenodattilo all’istituto Beatrice d’Este, nel quartiere Mercato, vicino alla chiesa del Carmine dove morì Masaniello
Sperava anche altro, mentre si vestiva in fretta: di avere venti giorni di supplenza davanti a sé. Venti giorni a insegnare stenodattilo all’istituto Beatrice d’Este, nel quartiere Mercato, vicino alla chiesa del Carmine dove morì Masaniello. Venti giorni di lavoro e di stipendio. Prima supplenza nel ’63, questa sarebbe stata la numero l00 e rotti. Una vita in panchina, altroché Ciro Caruso. La sera precedente, prima di mettersi in poltrona a guardare l’ispettore Derrick, aveva telefonato alla sua collega Maria Rosaria Tricilio, quella che. aveva un punto più di lui in graduatoria e condivideva ogni destino da quel superiore punto d’osservazione, per cercare di capire quante probabilità aveva di ottenere l’incarico. Poche, aveva intuito per esperienza. Ma non si era dato per vinto. Cravatta scura e si va. Arrendersi, mai. Non quando era morta sua moglie, e sua figlia Graziella era ancora una bambina. Poi Graziella era cresciuta ed era andata a vivere con la zia a Salerno, per non gravare sul suo magro bilancio. Lui era rimasto lì, sempre decoroso, con quel coinquilino che era passato da studente a professore mentre lui rimaneva eterno supplente, e che gli voleva bene come a un padre.