Gabriele Romagnoli, La Stampa, 08/01/1997, 8 gennaio 1997
Felice Perpoco nulla fece per migliorare la situazione, anzi. Invece di accettare la beffa, andò in tribunale
Felice Perpoco nulla fece per migliorare la situazione, anzi. Invece di accettare la beffa, andò in tribunale. «Lo faccio - diceva - per i bimbi del Ruanda». Davanti ai giudici, autorappresentandosi, perché di avvocati e notai diffidava, sostenne che l’Italia era una Repubblica fondata sull’irregolarità e che solo lui (e i suoi «bambini») ne facevano le spese. In un crescendo che i giornali dell’epoca chiamarono «delirante» ricordò che nessuno si era sognato di annullare «il referendum per la Repubblica nonostante i molti brogli; il campionato di calcio 1980-81, benché Turone avesse segnato un gol regolarissimo alla Juve, ma fischiato in fuori gioco; ”La ruota della fortuna” di Mike Bongiorno a dispetto delle denunce; il festival di Sanremo del ’96, sebbene si fosse saputo che i voti per Giorgia erano stati smistati a Ron...». Parlò per ore, compilò un elenco lunghissimo. Alla fine fu a tutti evidente che non poteva ottenere ragione, o si sarebbe dovuta riscrivere la storia che, qui come altrove, si fondava inevitabilmente su torti mai riparati e beffe non risarcite. Che la responsabilità fosse di un arbitro, del destino o di una lavatrice, poco contava. Che altri errori non fossero stati corretti e il suo sì, contava ancor meno. Il capro espiatorio era sempre esistito. Felice Perpoco non era né il primo né l’ultimo. Lui però non si rassegna. Ancora ieri, uscendo dal tribunale, diceva: «Non finisce qui» Poi aggiungeva: «E il bucato, fatelo a mano». Se ne discuterà stasera, su Rai Uno, nello special condotto da Raffaella Carrà e Mike Bongiorno.