Francesco Merlo, Corriere della Sera, 05/01/1997, 5 gennaio 1997
Come un ispido frate taumaturgo, il direttore del giornale vaticano aggredisce le malattie della politica italiana ubbidendo a regole non scritte, il suo magistero giornalistico è un affare di Stato ben più intricato del comando di un giornale, anche se un redattore ci racconta, anonimamente, che la nota critica verso il governo Prodi e verso la manovra di marzo non è stata scritta né sotto ispirazione né sotto dettatura, «più in generale quella non è una pagina che viene supervisionata»
Come un ispido frate taumaturgo, il direttore del giornale vaticano aggredisce le malattie della politica italiana ubbidendo a regole non scritte, il suo magistero giornalistico è un affare di Stato ben più intricato del comando di un giornale, anche se un redattore ci racconta, anonimamente, che la nota critica verso il governo Prodi e verso la manovra di marzo non è stata scritta né sotto ispirazione né sotto dettatura, «più in generale quella non è una pagina che viene supervisionata». Ecco dunque lo stretto corridoio di libertà di Mario Agnes: l’ambiguità. Troppo aspro e contemporaneamente troppo debole, Agnes dice d’essere «fedele come una roccia», ma il Potere Mitologico che gli versa lo stipendio non è poi così esigente come si crede, anche il direttore dell’’Osservatore romano”, come i direttori di tutti i giornali, è un navigatore con le unghie consumate dal lungo scavare dentro il cunicolo della libertà, con la differenza che Agnes persino si compiace che si leggano i suoi poemi non firmati come fossero quelli di un Altro, «io sono il cameriere di Dio», appunto.