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 1997  gennaio 13 Lunedì calendario

Mi spiego meglio, con un ultimo giudizio poetico. Verrà il giorno del Giudizio. Appariranno al cospetto del Signore, un dc sulfureo come Giulio Andreotti e uno al rosolio come Franco Marini

Mi spiego meglio, con un ultimo giudizio poetico. Verrà il giorno del Giudizio. Appariranno al cospetto del Signore, un dc sulfureo come Giulio Andreotti e uno al rosolio come Franco Marini. Giulio si beccherà dieci secoli di purgatorio, Franco uno solo. Ma pagate le colpe, Andreotti andrà a cena con Supremo. Marini, si e no, potrà contemplarne l’alluce. La differenza è questa. Il neosegretario si è imposto al congresso dei popolari con un programma limpido: maggiore autonomia dal Pds e più forza al centro politico. Il sogno di Franco Marini è fare un partito di moderati a cavallo tra l’Ulivo e Polo, raggruppando cattolici, benpensanti, mammole e brava gente. Punta a schierare sotto le sue bandiere gli ex dc del Ccd, del Cdu, di Mario Segni. Più quelli di Lamberto Dini e Silvio Berlusconi, stufi dell’uno e dell’altro. Se gli va bene, rifà un Dc dignitosa del 15 per cento. Non sarà facile, ma Marini non va sottovalutato. Lento e paziente, senza mai bruciare le tappe, Franco ha raggiunto ogni traguardo che si è prefisso e ha fatto polpette degli uomini che lo hanno ostacolato. Molti lo hanno preso sottogamba, uno solo lo ha capito e giudicato con esattezza. Fu Giuseppe, l’autista di Carlo Donat Cattin, il capo di Forze nuove, la corrente della sinistra sociale democristiana di cui Franco Marini è stato la creatura e il seguace degli anni Sessanta fino alla sua morte nel 1991. Giuseppe, un siciliano alto 1 e 60, non facile a sbottonarsi, un giorno disse a Donat Cattin: «Onorevole, Marini è uno che uccide col silenziatore». Era il frutto delle sue osservazioni di decenni. Politiche, si capisce. Donat ci penso un po’ su, poi disse:«Giuseppe, hai ragione». E da allora ripeté la frase, facendola propria. Alla luce di questo giudizio, esaminiamo la vita del Nostro.