Ferdinando Camon, L’Unit, 16/01/1997, 16 gennaio 1997
Sarebbe anzi una prova di coerenza. Leggiamolo, l’articolo n° 2266, pag. 557 del «Catechismo»: «Difendere il bene comune della società esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere
Sarebbe anzi una prova di coerenza. Leggiamolo, l’articolo n° 2266, pag. 557 del «Catechismo»: «Difendere il bene comune della società esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte». Dice che bisogna difendere il bene comune, a qualunque costo. Giusto. Che l’autorità legittima ha il diritto-dovere di provvedere a questo, anche togliendo la vita. Giusto. Perché l’aggressore deve essere messo in condizione di non nuocere. Giusto. A questo punto l’autore scivola, e viene trascinato, senza accorgersene, dal «diritto di uccidere» chi sta per nuocere al «diritto di condannare a morte», che è tutt’altra cosa, perché la condanna a morte elimina uno che è già stato preso e giudicato e messo in prigione e che non può più nuocere a nessuno.