Michele Serra, l’Unit, 25/01/1997, 25 gennaio 1997
Se fossi uno scrittore (per esempio Tamaro) o un editore (per esempio Dalai) avrei orrore del gioco di società scatenatosi attorno ad Anima Mundi
Se fossi uno scrittore (per esempio Tamaro) o un editore (per esempio Dalai) avrei orrore del gioco di società scatenatosi attorno ad Anima Mundi. Perché non me ne importerebbe nulla, né come scrittore né come editore, delle accuse insulse (’è anticomunista”) o degli elogi insulsi (’è anticomunista”) che i giornali raccolgono a badilate, con tanto di specchietto illustrativo dei favorevoli o dei contrari (vedi ”Corriere” di ieri). Ma sarei invece in pena per lui, per il libro, sicuramente un lavoro di anni, carico di sudore e di quella speciale pena fisica che chi scrive conosce bene, attualmente posto sotto sequestro da un dibattito che di tutto parla, tranne che di scrittura. E anche se fossi un critico, sarei davvero in ansia per la sorte del mio lavoro: una intensa e motivata stroncatura (quella di Alfredo Giuliani su ”Repubblica”) finisce, il giorno dopo, nel calderone infame delle dicerie contrapposte, e il suo autore è inserito negli specchietti pettegoli. Il silenzio nel quale si scrive diventa baccano, e sfigura ogni parola, bella o brutta, e ogni libro, bello o brutto. Ci vuole un bel coraggio, oggi, per avere ancora voglia di scrivere davvero. (Michele Serra)