Vittorio Zucconi, La Repubblica, 16/01/1997, 16 gennaio 1997
Non bastavano più la boxe che uccide, il football che spezza, l’hockey violento a soddisfare la domanda di pane e circo dei nuovi barbari dell’anno Duemila
Non bastavano più la boxe che uccide, il football che spezza, l’hockey violento a soddisfare la domanda di pane e circo dei nuovi barbari dell’anno Duemila. Sugli schermi della televisione pay-per-view americana, in diretta da palestre e stadi di provincia nello Stato di New York vanno in onda da qualche giorno gli incontri di ”lotta estrema”, versione realistica e selvaggia dell’ormai troppo coreografata e quindi troppo gentile ”lotta libera”. Rottami di atleti ormai rifiutati da altri sport violenti, ex campioni di pugilato, di lotta, di kick boxing, di karate e di arti marziali, s’incontrano su un grande ring ottagonale per farsi male davvero. Ciascuno usa i mezzi che vuole, i pugili i pugni, i praticanti del karate i loro fendenti, i lottatori le loro prese purché il risultato finale sia quello che il cortese pubblico vuole: sangue. Quel sangue che, dopo pochi istanti di duello, schizza sul tappeto del ring tra le grida di «more, more», ancora, ancora.