Osvaldo Soriano, Il Manifesto, 17/01/1997, 17 gennaio 1997
Quella che sto raccontando fu una partita fra quartieri nemici e, con tante carenze nella conoscenza del regolamento, mio padre non poteva che combinare un casino
Quella che sto raccontando fu una partita fra quartieri nemici e, con tante carenze nella conoscenza del regolamento, mio padre non poteva che combinare un casino. Lo ricordo fermo a centrocampo, con un vestito abbottonato e con i fermagli da ciclista intorno alle caviglie; portava occhiali scuri e un orologio da tasca che era stato di suo nonno. Gli consegnammo uno di quei fischetti con dentro una pallina e il capitano della squadra Honor y Patria cominciò subito a protestare perché un nostro attaccante aveva passato la riga di metà campo prima che io dessi il calcio d’inizio. In quei tempi remoti era sempre il centròfobal a dare il calcio d’inizio. Era scritto nella tavole della legge. Gli italiani non avevano ancora inventato le tattiche e il catenaccio. La partita la cominciava il numero nove, i terzini si incaricavano delle rimesse laterali e i wines tiravano i corner.