Osvaldo Soriano, Il Manifesto, 17/01/1997, 17 gennaio 1997
Solo che non era la voce del portiere. era Cacho, che sembrava una cocorita. Uno di quei pappagalli beffardi che imitano chi li insegue
Solo che non era la voce del portiere. era Cacho, che sembrava una cocorita. Uno di quei pappagalli beffardi che imitano chi li insegue. Controllai la palla per un po’ con il petto e un po’ con la pancia, feci in tempo a vedere mio padre che correva con il fischietto in bocca, il vestito ben abbottonato e le scarpe bianche di polvere, e la colpii con tutto quel che avevo dentro. Il portiere era sempre tra i pali, come se stesse prendendo il fresco . La palla entrò a fil di palo e dato che non c’era la rete attraverso la rete e ricadde in un giardino, sopra una distesa di papaveri. Mio padre non sapeva di dover indicare il centro del campo, si avvicinò e mi chiese sottovoce: «Giurami che non l’hai toccata con la mano». Lo fissai negli occhi «Giuro», risposi. Sudava come un cavallo, i pantaloni erano ridotti uno straccio e le scarpe erano rovinate. Mi pareva di sentir già le urla di mia madre quando fossimo tornati a casa.