Osvaldo Soriano, Il Manifesto, 17/01/1997, 17 gennaio 1997
Mio padre detestava il calcio e tutte le manifestazioni popolari. Perciò quel pomeriggio si era messo a fare l’arbitro
Mio padre detestava il calcio e tutte le manifestazioni popolari. Perciò quel pomeriggio si era messo a fare l’arbitro. Lo affascinava comandare su qualcosa che non capiva. Passati i quaranta era uno di quelli che si sentivano superiori perchè sostenevano che il football consiste in ventidue imbecilli che corrono dietro a un pallone. Subito prima di cominciare il secondo tempo convalidò un loro gol secondo me piuttosto dubbio poiché il palo che faceva da traversa della porta era caduto e il tiro fu misurato a occhio e croce. Stavamo perdendo e loro menavano la danza. Una di quelle danze belle, contagiose come sanno fare solo i brasiliani o i colombiani. Ammirato, Cacho Hernàndez faceva la radiocronaca dal suo ruolo di wing e questo eccitava ancora più i nostri giustizieri. Mio padre si entusiasmò a tal punto che, senza che neanche sfiorassimo le loro caviglie, lui fischiava fallo e per di più ci faceva anche una ramanzina. Per gli strani giochi del destino, quel pomeriggio ci avrebbe lasciato qualche lezione. Quelli di Honor y Patria fecero di tutto per infliggerci una goleada, ma riuscirono solo a segnare un paio di reti. Pura fortuna: la palla finiva sui pali, sul corpo del nostro portiere, sulla faccia di Puchi Toranzo, prendeva le buche e cambiava direzione e fu così fino all’amaro finale di partita.