Adriano Celentano, Corriere della Sera, 27/01/1997 (pag. 33), 27 gennaio 1997
«Le condanne inflitte a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono fondate unicamente sulle dichiarazioni di un pentito, per altro loro amico di viaggio, e non sulla base di alcun riscontro
«Le condanne inflitte a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono fondate unicamente sulle dichiarazioni di un pentito, per altro loro amico di viaggio, e non sulla base di alcun riscontro. Francamente non ho mai creduto al pentimento dei pentiti, anche se in molti casi sono stati utili a colpire la criminalità organizzata. Più i reati sono gravi e più è difficile pentirsi veramente. I mafiosi che poi si pentono non hanno alternativa: «o ci dici tutto quello che sa e noi ti alleviamo la pena sotto il titolo di ”pentito” o altrimenti marcirai in prigione per il resto della tua vita". Poco importa, a questo tipo di pentiti, sapere che chi si pente veramente non solo rifiuta ogni tipo di agevolazione ma al contrario, chiede una pena più rigida nella speranza di espiare il proprio peccato. Pertanto il cosiddetto pentimento dei mafiosi trova una sua valida giustificazione in quanto si realizza un vero e proprio scambio tra loro e lo Stato. Cosa che non avviene invece nella situazione del pentito Marino. Lui, dopo 16 anni si pente di aver contribuito all’uccisione di Calabresi. Improvvisamente è attanagliato dal rimorso per aver recato male a un suo simile. Corre dai carabinieri (o i carabinieri vanno da lui e non si capisce il perché) e racconta il fatto: «eravamo in quattro..."» ma solo tre vengono condannati. Come faccio a credere, io che sono il re degli ignoranti, che tu sei veramente pentito? Penso che nessuno metterebbe in dubbio la tua parola se tu andassi dal giudice ed esprimessi il desiderio di non abbandonare i tuoi compagni di viaggio. Quel viaggio iniziato circa vent’anni fa e che si concluderà con 22 anni di carcere».