Gabriele Pantucci, Sette, 09/01/1997, 9 gennaio 1997
Il Papa lo vede spesso. Anzi, tutte le mattine. Gli basta aprire la porta del suo studio all’ospedale di Cleveland, Ohio, dove entra ogni giorno alle 7, e Giovanni Paolo II è lì ad aspettarlo, appeso alla parete
Il Papa lo vede spesso. Anzi, tutte le mattine. Gli basta aprire la porta del suo studio all’ospedale di Cleveland, Ohio, dove entra ogni giorno alle 7, e Giovanni Paolo II è lì ad aspettarlo, appeso alla parete. Robert White, 71 anni, americano, sposato, 10 figli, professione neurochirurgo, gli dà un’occhiata veloce. Giusto il tempo di ripensare alle volte che ha incontrato il Pontefice. Poi scende in sala operatoria, saluta i cinque colleghi della sua équipe e attacca a lavorare. Sei ore di interventi al giorno, quattro giorni alla settimana, più visite e ricerche di laboratorio. Sotto i ferri, solo casi delicati: scatole craniche e spine dorsali. Roba da far tremare i polsi. Ma è niente rispetto ai brividi che vengono quando si chiede a questo signore dall’aria pacata, pochi capelli bianchi e larghi occhiali a incorniciare una faccia assolutamente normale, di togliersi la mascherina e mettersi a raccontare il progetto a cui lavora da trent’anni, e che adesso, giura, è molto vicino: « vero, trapianteremo un cervello. Da un uomo all’altro».