Stefano Bartezzaghi, La Stampa, 08/02/1997, 8 febbraio 1997
La scelta di uscire dal cinema è certo la più giusta: non diversamente si è sempre comportata la nonna Teresa che, al primo accenno di scazzottata, turpiloquio o atti impuri spegneva il televisore dicendo con semplicità (traduco dal dialetto): «a me non piace»
La scelta di uscire dal cinema è certo la più giusta: non diversamente si è sempre comportata la nonna Teresa che, al primo accenno di scazzottata, turpiloquio o atti impuri spegneva il televisore dicendo con semplicità (traduco dal dialetto): «a me non piace». La stessa nonna avrebbe interrotto comunque la visione allo scoccare delle dieci e trenta, a qualsiasi punto fossero la trama e la suspense («è ora, io vado a letto»), l’altra nonna invece protestava contro ogni pubblicità di preservativi, articoli igienici femminili, biancheria intima. Detto per inciso, nessuna delle due avrebbe apprezzato la dettagliata defecazione en plein air che si vede in Nel corso del tempo, capolavoro dello stesso Wenders, ma non si può chiedere troppo a una nonna. A Wim Wenders, invece, si vorrebbe chiedere qualcosa di più che un semplice richiamo alla ”giustificazione” della violenza. Chi stabilisce e chi sorveglia i ”limiti” che Wenders vede tanto netti? Quello di Wenders, insomma, viene annunciato da lui stesso come un film che ha un messaggio e questo messaggio va contro i film che non hanno ”giustificazione”. Il tempo passa anche per Wenders, e anche lui diventerà nonno: sarà un peccato se le favole che ci racconterà allora cominceranno tutte dalla morale. S