Vittorio Zucconi, D di Repubblica, 04/10/1997, 4 ottobre 1997
Ne passarono 260 di giorni, così, a piangere, a dire domani farò qualcosa, a chiedersi ma perché proprio a me doveva capitare, ma lo fatto tutti; le mie amiche, i miei amici, e a loro non succede niente
Ne passarono 260 di giorni, così, a piangere, a dire domani farò qualcosa, a chiedersi ma perché proprio a me doveva capitare, ma lo fatto tutti; le mie amiche, i miei amici, e a loro non succede niente. Amy è una ragazza graziosa, cicciottella, non si vedeva niente sotto il vestiti. Lui andava alla biblioteca pubblica di Wilmington, la città del Delaware dove vivevano, a consultare libri di anatomia e manuali di ostetricia. Nella sua testa e nella testa di Amy cominciava a disegnarsi un piano disperato per uscire dai guai. Quando lei disse che si sentiva vicina, Brian l’andò a prendere in macchina e andarono insieme in un motel di periferia, di quelli che non stanno a fare troppe domande quando vedono arrivare dure ragazzi. Era novembre. Brian e Amy erano entrati all’università in settembre, vivevano nel campus e nessuno controllava più i loro movimento. Restarono nel motel qualche giorno, aspettando il momento della nascita. Quando lei arrivò alla fine, Brian l’aiutò a partorire, in quella stanza di motel, fai piano, piano che ci sentono.