David Grieco, Diario 05/02/1997, 5 febbraio 1997
Io non ho mai avuto, ripeto, un momento di grazia come quello di Paolo Zaccagnini. E, infatti, non esito a confessare che anch’io fui tra coloro che non versarono una lacrima, quel giorno del 1972, per la morte del commissario Calabresi
Io non ho mai avuto, ripeto, un momento di grazia come quello di Paolo Zaccagnini. E, infatti, non esito a confessare che anch’io fui tra coloro che non versarono una lacrima, quel giorno del 1972, per la morte del commissario Calabresi. Quando appresi la notizia dell’omicidio, ricordo che dissi una frase («Anche i boia muoiono») di cui da parecchio tempo mi vergogno. Tuttavia, è utile ricordare che molti giovani di sinistra, a prescindere dall’appartenenza ai gruppi extraparlamentari o al Pci, quel giorno fecero commenti analoghi al mio. Perché più o meno tutti, allora, identificavamo in Luigi Calabresi l’assassino dell’anarchico Pinelli. Da quel giorno, è trascorso ormai un quarto di secolo. Nonostante la sentenza definitiva della Cassazione, io contmuo a non sapere se, come e perché Adriano Sofri avrebbe ordinato l’omicidio del commissario Calabresi. Del resto, io continuo anche a non sapere se, come e perché l’anarchico Pinelli si sarebbe spontaneamente buttato dalla finestra. In tutti questi anni, non abbiamo mai smesso di cercare la verità. Credo di poter dire, senza offendere la magistratura, che non 1’abbiamo trovata. Ma, intanto, noi siamo cambiati, la società è cambiata, tutto è cambiato. Quando pensiamo a ciò che pensavamo allora, spesso ci assale il rimorso o perlomeno il senso del ridicolo. Quando ci viene ricordato che il commissario Calabresi venne assassinato sotto casa mentre saliva, solo soletto, a bordo della sua Cinquecento, abituati come siamo alle scorte armate e ai macchinoni blindati, quell’omicidio ora non ci pare vero e neppure verosimile.