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 1997  febbraio 12 Mercoledì calendario

Non facesti il nome di Lotta Continua? «No. una deduzione che fa Bonavita. Siccome io ero stato di Lc lui fa uno più uno uguale due

Non facesti il nome di Lotta Continua? «No. una deduzione che fa Bonavita. Siccome io ero stato di Lc lui fa uno più uno uguale due. Comunque tutti noi di Prima Linea eravamo assolutamente convinti, e lo siamo tuttora, che Calabresi fosse stato fatto da militanti della sinistra rivoluzionaria. E allora Prima Linea e Br non c’erano. Però io credo che sia scorretto, non dal punto di vista etico, ma da quello della ricostruzione storica dire genericamente ”quelli di Lotta Continua”. Lc aveva molte anime. C’era quella libertaria, anche se non contava niente nel gruppo dirigente. Nella mia realtà, quella di Sesto, c’erano i preti operai che per quanto operai e cattocomunisti erano pur sempre preti e non potevano essere per la violenza armata. C’erano quelli che erano lì per farsi gli spinelli. Lotta Continua era un movimento enorme e molto complesso. Ma certamente questo discorso non può valere per il gruppo dirigente, per Sofri e Pietrostefani. Il gruppo dirigente era assolutamente convinto che la strada insurrezionale dovesse passare per la lotta armata. Il dibattito sulla lotta armata, che Lc chiamava il dibattito sulla ”forza”, è cominciato nel ’70 e la discussione poteva essere sui tempi, sui modi, non sul merito, non sui principi, sulla intangibilità della vita umana, sulla violenza sì, sulla violenza no, la violenza è brutta, viva Ghandi. Tanto è vero che quando noi siamo usciti da Lotta Continua nessuno ci ha mai obbiettato: ”Siete matti perché la rivoluzione non si fa con le pistole”. La differenza che poteva esserci fra me e lo stesso Boato era sui tempi, sul consenso che in quel momento l’atto militare poteva avere sulle masse, non sui principi, sul fatto cioè che bisognava fare l’insurrezione usando la violenza. Caso mai questi sono dibattiti fatti a posteriori, per rifarsi una verginità e un’identità». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)