Massimo Fini, Il Tempo, 12/02/1997, 12 febbraio 1997
Come hai vissuto in carcere? «Il carcere i primi anni era un proseguimento del fuori, c’era ancora una forta carica militante
Come hai vissuto in carcere? «Il carcere i primi anni era un proseguimento del fuori, c’era ancora una forta carica militante. Ti sentivi in guerra. Quindi risse con le guardie, botte. In carcere puoi resistere solo se la tua motivazione è molto profonda, anche perché lo Stato ci trattava con una durezza estrema. In carcere ognuno torna se stesso, senza mediazioni. I ”pentiti” perché cedono quasi subito? Perché quando ti arrestano si rompe il vincolo di solidarietà con l’organizzazione e tu resti solo con te stesso. E allora se uno non aveva avuto motivazioni veramente profonde, se lo aveva fatto in maniera svagata... a te parrà un’enormità che si possa fare la lotta armata così, tanto per fare, però in realtà queste cose in quegli anni c’erano. Se tu stavi in determinati territori, in certi quartieri, c’era anche un fatto di prestigio, di promozione sociale. Questi qui cedono subito. Io ho cominciato a dare segni di stanchezza nel ’79, non mi riconoscevo più nel ”fuori”. Mi fecero molta impressione i motivi per cui era stato ucciso Ghiglieno, un dirigente della Fiat. Eppoi quel barista, che fu un fatto addirittura surreale. Comunque fu soprattutto Ghiglieno: lo avevano ammazzato perché c’era stata una perdita di consenso alla Fiat e pensavano di riconquistarlo in quel modo. Una cosa folle. Decisi quindi di rompere. All’inizio è difficilissimo perché in carcere se manifesti un’intenzione del genere ti ammazzano. Quindi fu una cosa molto sotterranea che durò un anno e che coinvolse molti di noi di Prima Linea. Devo dire che furono abili anche le Istituzioni, soprattutto quelle carcerarie in cui trovammo degli interlocutori molto attenti». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)